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lunedì 11 luglio 2011

I costi della guerra in Libia: quanto incidono sulle tasche degli Italiani? E sulle tasche degli Europei?

Secondo l’agenzia Bloomber, il costo stimato del primo giorno di guerra in Libia sostenuto dagli americani è stato di 168 milioni di dollari.
Giusto per rendersi conto, un missile Tomahawk costa 1,4 milioni di dollari. Nel corso di questi giorni di guerra, ne sono stati lanciati 159, per un totale di 223 milioni di dollari. Inoltre, tenere in aria un F-15 costa all’ora 20516 dollari. 
La prima settimana di guerra in Libia è costata ai paesi occidentali intervenuti oltre 600 milioni di euro. 568 milioni di euro per i primi giorni dell'offensiva "Odissea all'Alba". Le prime stime sono state rivelate dal settimanale americano National Journal e dal mensile francese Challenges. Secondo Jean-Marie Colombani, ex direttore di Le Monde, il mantenimento della zona di esclusione aerea rappresenterebbe una spesa settimanale dai 21 ai 67 milioni di euro. Secondo il vicedirettore dell’istituto francese per le relazioni internazionali e strategiche (Iris), un anno di applicazione di no fly zone in Libia costerebbe fra i 150 e i 250 milioni di euro.
Il solo primo giorno di conflitto ha comportato per gli USA una spesa di 68 milioni di euro. I missili Tomahwak lanciati dagli Stati Uniti, ciascuno del costo che si aggira tra i 700.000 e 1.500.000€, in media di € 800.000, sono stati 170 mentre i mezzi aerei ogni ora accollano € 6.000 per il carburante e 700 per la sola manutenzione. Al momento dell’inizio delle operazioni il Pentagono aveva vicino alle coste libiche tre sottomarini (mantenimento da 90 a 150.000 $ al giorno), due cacciatorpediniere (da 50 a 60.000 $), due navi d’assalto, una di esse portaerei (da 150 a 200.000 $). I caccia e i bombardieri hanno realizzato circa 1.000 incursioni, incluse però 120 per opera della Gran Bretagna e non più di 140 per mano francese.
I bombardieri B-2 Spirit hanno effettuato inizialmente tre spedizioni in Libia dalla base aerea del Mississipi: consumano in proporzione meno di un caccia però la manutenzione è più cara, inoltre la distanza che devono coprire è più lunga, cosicché il costo sale a 15.000 $ all’ora.
La perdita di un caccia F-15-E “Strike Eagle” è costato alla Forza Aerea Statunitense 55 Mln $.
Un giorno medio di guerra degli Stati Uniti si calcola costi intorno ai 130 milioni di dollari, ma con la riduzione delle attività americane, la loro spesa dovrebbe ridursi a 40 milioni di dollari al mese.
E’ molto ma sopportabile per il bilancio, in base al commento del vicesegretario per i finanziamenti delle Forze Armate statunitensi, l’ Adm. Joseph Mulloy, in realtà la maggioranza delle operazioni navali del Pentagono vengono pagate posteriormente con il denaro dei “costi imprevisti” previsti dai finanziamenti.
La rivista Forbes spiega che la Difesa americana costa circa 2 miliardi di dollari giornalieri. Questo denaro non è sufficiente per condurre un’operazione duratura ma solo per interventi sporadici che non durino troppo, come appunto nel caso della Libia.
A partire dal 31 marzo la NATO ha assunto ufficialmente il comando dell’operazione militare in Libia dalla mano degli Stati Uniti, con una cessione effettiva dal 4 aprile.
Il Pentagono cerca di ridurre la partecipazione dei suoi aerei da combattimento nei bombardamenti e nel pattugliamento aereo sino a un terzo delle incursioni.
Di fronte la riduzione della partecipazione statunitense alle operazioni, l’Europa sarà obbligata ad aumentare la propria partecipazione. D’altronde i dati del Fondo Monetario Internazionale dicono che nel 2010 il PIL della Unione Europea è arrivato a 16 mila miliardi di dollari e quello degli Stati Uniti a 14,5 mila miliardi (la CIA afferma che il PIL dell’Europa è di 15,9 mila miliardi, ma in ogni caso superiore a quello statunitense).
L’idea di distribuire i costi è proprio della Casa Bianca e del Congresso che ricordano che i costi delle campagne in Yugoslavia e Kosovo (1999), Afghanistan (2001) e Iraq (2003) sono stati quasi completamente sostenuti dagli USA.
Per la Francia la prima settimana è costata 21 milioni di euro. Sempre secondo l’ex-direttore Colombani, le 400 ore di volo dei caccia francesi Mirage 2000 e Rafale sono costate 5 milioni di euro esclusa la spesa del carburante e quella dei missili AASM che costano 300mila euro ciascuno.
Gli esperti britannici assicurano a loro volta che Londra nella prima settimana delle operazioni ha avuto costi per 25.000.000 di sterline escluse le munizioni.
La spesa per l’Italia che in una settimana è stata di circa 12 milioni, di cui 10 per l’aviazione; i Tornado hanno eseguito infatti 32 sortite ciascuna del costo di 300 mila euro escluso l’eventuale lancio di missili anti-radar AGM-88 HARM (che vengono circa € 200.000 al pezzo).
I velivoli impegnati restano dodici, otto dell’Aeronautica e quattro della Marina. I primi sono per metà caccia Typhoon che continueranno a pattugliare lo spazio aereo per il controllo della “no fly zone” e per metà Tornado ECR equipaggiati con missili antiradar Harm per la soppressione delle difese aeree (radar). Nei prossimi giorni questi jet potranno essere sostituiti da Tornado della versione Ids, bombardieri in grado di impiegare ordigni a guida laser o gps (per colpire postazioni, mezzi, anche corazzati e artiglierie) e missili da crociera Storm Shadow, destinati a obiettivi come bunker e centri di comando e controllo. Va sottolineato che i Tornado rappresentano da sempre una spesa più elevata degli altri caccia, come i Typhoon. I quattro cacciabombardieri Harrier imbarcati sulla portaerei Garibaldi, utilizzati per il controllo dello spazio aereo, verranno impiegati anche per condurre attacchi al suolo con bombe e missili teleguidati Maverick (quest’ultimi relativamente costosi, essendo dotati di un sistema di guida televisivo sofisticato). I velivoli saranno disponibili per missioni di attacco insieme di una quarantina di jet alleati (statunitensi, britannici, francesi, belgi, canadesi, norvegesi e danesi) già assegnati a questi compiti. Gli aerei italiani impiegano armi intelligenti (guidate), le bombe Paveway a guida laser e le Jdam a guida gps. Per ridurre i danni collaterali gli arsenali italiani dispongono di 500 Small Diamter Bombs, ordigni da 125 chili depotenziati per ridurre il raggio d’azione dell’esplosione.
I restanti 2 milioni sono stati spesi in carburante per le navi impiegate: la portaerei Garibaldi, una fregata, il cacciatorpediniere Andrea Doria, il pattugliatore Borsini e la rifornitrice Etna, che consumano 300 mila euro al giorno di gasolio. Anche nel nostro caso vanno però separate le spese per la gestione ordinaria dei mezzi.
La guerra libica potrebbe costare all’Italia oltre un miliardo. A metà aprile La Russa disse in un’intervista che erano già stati spesi 500 milioni, contando anche i fondi del ministero dell’Interno per l’emergenza profughi e immigrati. Bossi ha parlato martedì di costi "per 700 milioni di euro in tre mesi tra missione militare e rimpatri”. Sul piano militare, l’impiego di aerei e navi nel primo mese di guerra ha raggiunto quasi 50 milioni di euro, considerando 1.200 ore di volo. Sulle spese influiranno due fattori: la durata delle operazioni e il consumo di bombe e missili i cui costi variano dai 30/40 mila euro per le bombe guidate a quasi un milione di euro per un modernissimo missile da crociera Storm Shadow . Un decreto dovrebbe coprire le spese per la missione libica, ma non è chiaro se si tratterà di un provvedimento ad hoc o se sarà integrato il finanziamento semestrale per le missioni all’estero pari a 1,5 miliardi annui.
Ma una parte delle spese è compensata dalla sospensione dei finanziamenti per le riparazioni di guerra concordate nel trattato italo-libico, pari a 250 milioni di dollari l’anno per 20 anni. Ulteriori risparmi si otterranno riducendo la presenza in Kosovo e Libano, dove sono schierati rispettivamente 650 e 1.400 militari. Quest’anno il contingente italiano aggregato alla K-For assorbirà circa 72 milioni di euro. La missione Unifil in Libano costerà 212 milioni di euro.
Dal Ministero della Difesa apprendiamo il bilancio di previsione del 2011 è di circa 20.556.850.176 Euro e che arriverà a toccare i 21.366.774.743 Euro nel 2013. Secondo dati Istat la cifra destinata alla Difesa è passata dal 2,4% del 2000 al 3,0% del 2009.
Washington - Un istituto indipendente americano, il Center for Strategic and Budgetary Assessments, ha calcolato che la no fly zone sulla Libia potrebbe costare agli Stati Uniti tra i 100 e i 300 milioni di dollari a settimana. Gli attacchi delle scorse quattro notti sono già costati alcune centinaia di milioni di dollari a Stati Uniti ed Europa. Il costo delle operazioni potrebbe salire di poco se gli Usa saranno coinvolti limitatamente, con il Pentagono che userà il suo budget esistente per coprire le spese, o potrebbe aumentare molto se le operazioni si protrarranno per settimane o mesi.
Il costo della guerra al raìs Con i dati fino aggiornati a ieri, la coalizione ha lanciato almeno 162 missili Tomahawk, del costo compreso tra 1 e 1,5 milioni di dollari al pezzo e ha inviato, dal Missouri, i bombardieri stealth B-2 Spirit a sganciare 900 chilogrammi di bombe su obiettivi libici. Le ore di volo totali sono state 25, il costo di ogni ora è di 10mila dollari. I B-2 utilizzano un carburante molto costoso, per fare rifornimento si affidano alle cisterne volanti e probabilmente al ritorno alla base Whiteman hanno avuto bisogno di sostituire alcune parti. L'impiego di un grande numero di aerei, di 11 navi nel Mediterraneo tra cui 3 sottomarini, 2 fregate e 2 mezzi anfibi e la perdita di un caccia F-15 costano intorno ai 75 milioni di dollari, che si aggiungono ai numeri che innervosiscono i deputati attenti al budget. In passato, gli Stati Uniti hanno speso molto per altre costose no fly zone. Negli anni Novanta, l'America ha partecipato all'operazione Noble Anvil, l'asalto aereo in Jugoslavia. La zona di non sorvolo fu in vigore dal marzo al giugno 1999 e costò 1,8 miliardi di dollari. Dopo la prima guerra del golfo sono state istituite due no fly zone in Iraq, per evitare attacchi aerei di Saddam Hussein sulla popolazione. Il mantenimento della misura di sicurezza costò circa 700 milioni di dollari all'anno, dal 1992 al 2003. Il servizio di ricerca del Congresso ha dichiarato che i costi per imporre e far rispettare una zona di non sorvolo possono variare molto in base a diversi fattori, tra cui la durata delle operazioni militari, specifiche azioni, la grandezza della zona da coprire e l'eventuale allungamento oltre il previsto della missione. Il presidente Barack Obama ha ripetuto ieri che gli Stati Uniti passeranno entro pochi giorni il comando delle operazioni. 

I costi della guerra al terrore degli USA: 225.000 morti e 4.400 miliardi di dollari!

La global war on terror lanciata dagli Stati Uniti in seguito agli attacchi dell'11 settembre ha lasciato sul terreno 225.000 morti per un costo complessivo fino a 4.400 miliardi di dollari, secondo un nuovo studio pubblicato dalla Brown University*. Aggiornando così la precedente stima a 3000 miliardi redatta dal Premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz.
Il rapporto, redatto da un gruppo di ricercatori e reso noto la scorsa settimana, prende in esame non solo le due guerre in Iraq e Afghanistan, ma anche le campagne di lotta al terrorismo in Pakistan e Yemen, oltre alle operazioni navali antipirateria nell'Oceano Indiano e il lavoro di intelligence nel prevenire e neutralizzare ulteriori attentati.
La conclusione, secondo gli autori, è che i governi in procinto di intraprendere una guerra, quasi sempre sottovalutano sia la potenziale durata che hanno i costi del conflitto, da un lato, mentre sopravvalutano “gli obiettivi politici che possono essere raggiunti con l'uso della forza bruta”, dall'altro.
Il costo ufficiale delle operazioni belliche è pari 1.311 miliardi di dollari. Ma tale cifra è indicativa dei soli finanziamenti federali al Pentagono, senza tenere conto delle spese ulteriori. L'anomalia delle stime ufficiali, infatti, è che gli obblighi federali nei confronti dei veterani non sono mai stati computati nelle analisi governative fin qui divulgate. Peraltro, va considerato che il 30% dei soldati di ritorno dalle missioni manifesta gravi disturbi di comportamento che incidono sulla famiglia e sull'ambiente di lavoro, finanche all'omicidio. Il danno economico e i costi sociali si rivelano, dunque, più gravi di quanto supposto.
Sommando le proiezioni fino al 2051 per le cure mediche, le pensioni di invalidità e le pensioni per le vedove, il costo complessivo lievita ad una cifra compresa tra i 3.200 e i 4.000 miliardi di dollari, rispettivamente secondo la stima più prudente e quella più azzardata.
Le stime federali, inoltre, non conteggiano i finanziamenti collaterali alla Difesa, come, ad esempio, le quote di bilancio del Dipartimento dell'Energia per forniture al Pentagono. La gran parte dei costi della Difesa è dovuto alle bollette per l'energia elettrica. Solo per l'aria condizionata le spese ammontano a 20 miliardi annui.
Ci sono poi le dotazioni al Dipartimento di Sicurezza Nazionale per contrastare le minacce terroristiche, nonché i fondi per la ricostruzione destinati all'Agenzia per lo Sviluppo Internazionale.
A ciò vanno aggiunti i futuri interessi sul debito: 185 miliardi finora e fino a 1000 miliardi entro il 2020. Non va dimenticato, infatti, che le guerre sono state finanziate non attingendo alla ricchezza, bensì emettendo titoli pubblici.
Totale: dai 3.600 ai 4.400 miliardi di dollari**. Un quarto dell'attuale debito pubblico degli Usa.
Non si tratta di un risultato catastrofista. Lo studio ha tenuto a precisare che la stima effettuata sul numero di vittime è “molto conservativa", attestandosi a circa 225.000 morti e 365.000 feriti in tutte le operazioni militari condotte nell'ultimo decennio.
In particolare, il numero di soldati uccisi ammonta a 31.741, dei quali circa 6.000 americani, 1.200 soldati alleati, 9.900 iracheni, 8.800 afghani, 3.500 pakistani e 2.300 contractors appartenenti ad agenzie di sicurezza privata ingaggiate dagli Usa.
È il bilancio di vittime civili, tuttavia, a registrare i numeri più alti. La stima parla di 172.000 morti, di cui circa 125.000 iracheni, 35.000 afghani e 12.000 pakistani.
Le guerre hanno causato più di 7,8 milioni di rifugiati tra iracheni, afghani e pakistani.
Difficile fare un bilancio delle vittime tra gli insorti. Lo studio ammette che una stima approssimativa non è possibile, affermando che il numero di ribelli uccisi potrebbe essere compreso tra i 20.000 e i 51.000.
Infine, 168 giornalisti e 266 operatori umanitari sono stati uccisi nei teatri di guerra, in particolare nei tumulti successivi alla fine della guerra in Iraq.
In nota, nei costi indiretti della guerra andrebbero aggiunti quelli derivanti dalle calamità naturali che da dicembre stanno affliggendo gli Usa, stimati in circa 300 miliardi. Questo perché guerre e debito pubblico alle stelle significano anche mancanza di fondi per la protezione civile e per la manutenzione delle infrastrutture di contenimento (dighe, argini, ecc.).
A fronte dei costi così elevati della war on terror, il popolo americano è ancora in attesa dei benefici. Se mai ci saranno.
* In proposito, il gruppo di ricerca ha riportato tutti i dati nel sito http://costsofwar.org attivato allo scopo di stimolare una pubblica discussione sul tema.
** Non sono comprese le stime per i veterani over 65, in quanto già tutelati dal programma sanitario Medicare; le spese per i reduci finanziate dai bilanci dei singoli Stati; gli aiuti promessi all'Afghanistan e finalizzati alla ricostruzione (circa 5,3 miliardi di dollari) e le ulteriori conseguenze congiunturali in termini di danni alle infrastrutture, posti di lavoro perduti, ecc.
I governi interventisti della NATO continuano (ormai da tre mesi) i massicci bombardamenti su gran parte del territorio libico che colpiscono duramente la popolazione e sostengono che “Gheddafi deve andarsene”, ma se la NATO dovesse arrivare a un intervento diretto sul terreno dovrebbe affrontare un’accanita resistenza nazionale (quella contro l’occupazione colonialista italiana durò decenni).
La NATO all’origine aveva un’area tradizionale di azione: la “difesa” dell’Europa occidentale; dopo la caduta del Muro di Berlino, venuto meno questo scopo, è stata mantenuta cambiandone l’ambito di intervento: Bosnia, Serbia e Kosovo, Afghanistan, Libano, Iraq e ora Libia.
Queste guerre in cui è coinvolta la NATO fuori dall’Europa occidentale interessano in particolar modo i governanti USA e non tanto quelli europei, anche se nel caso della Libia i governi di Francia e Gran Bretagna si sono esposti per primi.
I costi di questa struttura militare sono pagati circa per il 75% dagli USA e per il 25% dai paesi europei. Ma bombardamenti così intensi sulla Libia costano moltissimo e stanno svuotando gli arsenali francesi inglesi e italiani. I vertici militari britannici si sono divisi pubblicamente sulla sostenibilità dell’attacco, la Norvegia ritirerà i suoi aerei dal 1° agosto; si rivela esatto lo scetticismo sulla NATO espresso da Robert Gates, segretario USA alla Difesa (di Bush e di Obama, già direttore della CIA). E se la guerra continua, perché incontra forte resistenza e c’è di fatto uno stallo sul terreno, occorrerà chiedere bombe agli USA. In questi tempi di crisi i paesi interventisti incontreranno difficoltà a pagare, mentre i paesi che non partecipano, come la Germania, non vorranno certo accollarsi i costi della guerra. Chi pagherà?
I problemi e le contraddizioni interne alla NATO sono dunque: non c’è più lo scopo originario, stanno finendo gli armamenti per gli aerei, chi pagherà? Non c’è coesione nelle intenzioni dei paesi aderenti. Il presidente Napolitano, che fin da subito si era messo metaforicamente l’elmetto, ora lamenta che “l’Europa non è riuscita a esprimere una posizione comune, specie di fronte alla crisi libica” e constata “lo stato insoddisfacente dell’Unione Europea come soggetto di politica internazionale”.
Di fronte alla necessità di uscire da questo ingranaggio che coinvolge la NATO e gli stessi paesi europei, il 14 giugno il ministro degli esteri Frattini scopre che “serve una soluzione politica”. Il governo italiano ha perso l’occasione, quando gli attacchi dei governi occidentali erano ancora solo verbali, di porsi come mediatore (non si voleva “disturbare Gheddafi”); poi si è accodato a USA Francia e Gran Bretagna compiendo l’accecamento radar e poi i bombardamenti veri e propri, e lasciando cadere gli sforzi di chi la mediazione l’ha tentata, come l’Unione Africana. Ora è un po’ tardi per proporsi…
Questi discorsi sono un ‘implicita ammissione delle gravi difficoltà in cui si sono cacciati Obama, Sarkozy, Cameron, Berlusconi. Non si può riempire il mondo di guerre.
Pubblichiamo di seguito il contenuto di due recenti convegni sulla questione libica: Il 17 maggio 2011 a Cologno Monzese si è tenuta un’assemblea pubblica sull’intervento della NATO contro la Libia (indetta dal forum cittadino, sostenuto da CSD – lista civica Cologno Solidale e Democratica – e dall’associazione culturale Left), cui sono intervenuti tra gli altri Paolo Sensini storico e saggista recatosi di recente a Tripoli, Osvaldo Pesce del blog Pennabiro, Michael Kidane dell’Associazione democratici eritrei in Italia .Di seguito alcuni punti dell’intervento di Osvaldo Pesce.
A mio avviso l’Occidente sta sviluppando una politica internazionale di attacco ai popoli, ai paesi che vogliono l’indipendenza e ai paesi emergenti.
L’Occidente – e Washington in particolare – ha il deficit fuori controllo, manca una ripresa economica per cui non riesce a ridurre la disoccupazione; la crisi finanziaria che lo attanaglia continua inesorabilmente; non solo, le guerre che dovevano essere rapide e chirurgiche si sono impantanate. Queste sconfitte sono di una tale portata che la definizione di “declino” per l’Occidente si fa sempre più insistente.
Di contro numerosissimi paesi sottomessi e alcuni emergenti pongono il problema di non voler essere dipendenti da una sola moneta: il dollaro. E’ proprio per questo che gli Stati Uniti e i loro alleati nei paesi dominati rispondono mettendo in campo la forza militare e controllando tutti i mass media occidentali, lanciando parole vuote come “democrazia” e “diritti umani e civili” che non corrispondono al loro reale comportamento.
Questa situazione costringe sulla difensiva anche Russia e Cina, come dimostra la loro astensione al Consiglio di sicurezza dell’ONU sull’intervento USA e NATO contro la Libia. La Cina ha troppi dollari per potersi permettere contraddizioni forti con gli interessi USA, e un suo isolamento dalle materie prime e dalle risorse alimentari mondiali potrebbe bloccare il suo sviluppo economico.
In ultima analisi l’Occidente vuole rilanciare la politica coloniale, e all’interno dei propri paesi attaccare e cercare di cancellare le conquiste sociali: limitare il diritto di sciopero, diminuire le pensioni, aumentare le tasse, dare meno servizi sociali e sanitari ecc.
E’ in questo quadro che è scattata l’aggressione alla Libia: in primo luogo per le sue risorse naturali, in secondo luogo per il suo ruolo all’interno dell’Unione Africana, come l’appoggio alla proposta di istituire una moneta africana.
Non dimentichiamo che la Libia, come gli altri paesi arabi del Nord Africa e del Medio Oriente, faceva storicamente parte dell’Impero Ottomano, dissolto dalle potenze coloniali con la prima guerra mondiale; ma mentre dopo la seconda guerra mondiale i paesi di nuova indipendenza come l’India e la Cina, i paesi sconfitti come la Germania e il Giappone, i paesi distrutti dalla guerra come la Francia, hanno costruito la propria stabilità politica e sociale, questa area ex ottomana è rimasta a lungo sottomessa alle mire imperialiste.
Gli intensi bombardamenti della NATO colpiscono indiscriminatamente la popolazione civile, distruggendo case, scuole, ospedali, strade e facendo vittime tra donne, bambini, anziani. L’aggressione a Tripoli è una guerra coloniale.
Purtroppo i movimenti pacifisti in Occidente vedono ormai una scarsa partecipazione popolare. I governanti italiani hanno capitolato di fronte alle richieste di Washington, mentre i partiti di opposizione sono completamente allineati all’imperialismo USA (e inerti e inefficaci riguardo ai problemi sociali interni). Così avviene, come nel caso di Gheddafi e dei bombardamenti sulla sua residenza ufficiale, che si impostino delle “esecuzioni extragiudiziali” privilegiando la vendetta al posto della giustizia: è la mentalità anglosassone fondata sull’Antico Testamento, che cerca di cancellare le conquiste dell’illuminismo (Beccaria) e della Rivoluzione Francese facendo regredire di secoli la nostra evoluzione culturale.
I costi della guerra sono sempre tanti e soprattutto molto elevati . La domanda che molti si stanno facendo in questo periodo è : ” Ma quanto costa all’Italia e al Mondo questa guerra in Libia?”
Solo nella prima settimana di guerra, L’Italia , ha speso ben 12 milioni di euro, di cui 10 per l’aviazione ( e molti diranno : Alla faccia della crisi!)
Ma la cifra record è stata raggiunta dagli Stati Uniti d’America che hanno speso, solo nel primo giorno di guerra, ben 168 milioni e a questi vanno aggiunti i costi dell’aviazione, dei soldati e dell’armamentario.
Per rendere meglio l’idea sulla spesa dell’armamentario basta pensare al costo dei missili Tomahawk , ogni missile costa circa 1,4 milioni di dollari e nel primo giorno ne sono stati sparati ben 159 , per una spesa totale di 233 milioni di dollari statunitensi!
Inoltre vi chiederete : “Quanto costa mantenere un aereo ?”
Beh, un aereo militare F-15, per un’ora di volo, ha costi di manutenzione pari a 20516 dollari  cifre stratosferiche insomma!
Ma la ciliegina sulla torta è sicuramente il costo per stabilire una “No-Fly zone” sulla Libia, la cifra si aggira tra i 150 milioni ai 250 milioni.
Attualmente il Pentagono rende noto che dagli Stati Uniti sono stati spesi ben 550 milioni di dollari, dall’inizio della guerra fino ad oggi, ovviamente i costi futuri aumenteranno questa cifra.
La crisi? Pare che al mondo interessi ben altro: IL PETROLIO!

Fonte: 
http://www.ilgiornale.it/  
http://www.embeddedagency.com/  
http://www.agoravox.it/ 
http://www.pennabiro.it/
http://www.mondonews24.com/

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ITALIA-CINA

ITALIA-CINA
PER L'ALLEANZA, LA COOPERAZIONE, L'AMICIZIA E LA COLLABORAZIONE TRA' LA REPUBBLICA ITALIANA E LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE!!!