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sabato 22 ottobre 2011

Da Ustica all’Atomica, tutti i segreti, anche quelli più scomodi della "Guerra Fredda" sono stati sepolti con lui...Gheddafi era uno degli ultimi capi di Stato ancora in carica e in vita dai tempi della "Guerra Fredda" tra l'Occidente e il blocco Sovietico! Dopo la sua scomparsa molti tirano sospiri di sollievo, a Oriente e Occidente...intantoil corpo straziato di Gheddafi è stato esposto al mercato dei polli di Misurata! Poteva essere salvato, ma a molti capi di Stato in occidente e oriente la sua morte ha fatto comodo e se la sono sempre augurata: braccato come un cane rognoso, un uomo a 69 anni di età non può essere trattato come un animale così come quel branco di assassini impazziti ha fatto il 20 Ottobre; nessuno tra quel gruppo di ribelli ha avuto pietà per un solo secondo, nessuno ha pensato al dolore dei familiari di Gheddafi che avrebbero provato a guardare quei video dove il rais viene strattonato, picchiato, umiliato, deriso e malmenato prima di essere giustiziato senza processo e senza sentenza di appello! Al grido di "Allah è grande" questi ribelli, in realtà estremisti islamici reclutati dalle milizie di Al-Qaeda, saranno la colonna portante di un futuro regime Islamico fondato sul fondamentalismo e sul terrore, chi crede che in Libia ci sarà una pacifica Democrazia si illude e si sbaglia di grosso! Solo il governo di Gheddafi era riuscito in 42 anni a tenere lontano i fondamentalismi e i terroristi, oggi invece così come avevano confermato gli stessi leader di Al-Qaeda, molti di questi fondamentalisti guardano con forti interessi alla Libia come futura terra di conquista!

video
 
LIBIA (TRIPOLI) - Ancora non era nemmeno confermata la notizia che a Sirte lo avevano fatto fuori, che già il potere che ora in Libia comandava senza più oppositori metteva le mani avanti: «Noi non abbiamo mai dato l'ordine di ammazzare Gheddafi». I governi - quelli ufficiali e regolari quasi sempre, figuriamoci poi quelli autodefinitisi transitori - non mostrano molti pudori nel difendere pubblicamente le loro malefatte, contando sul convincimento che alla fine le verità istituzionali hanno una buona capacità di tenuta nel tempo; i "weakyleaks" arrivano sempre dopo, quando la memoria si è affievolita e, soprattutto, le regole del gioco e i suoi stessi protagonisti sono ormai cambiati. E allora, perché non credere a quanto dicono oggi e dicevano già ieri Jalil e soci?
Loro, Gheddafi non lo volevano morto, proprio per niente, loro che fino all'altro ieri erano stati suoi corifei e accanto a lui ne avevano cantato glorie e sapienza. E certamente non lo volevano morto proprio per niente la Francia mistificatrice di Ustica, la Nato del comando regionale di Napoli, l'America bombardiera di Reagan e Clinton, il Pakistan di quel genio folle di Abdul Kader Khan, l'Inghilterra dell' Mi-6 di Blair e Gordon Brown, e anche l'Italia, naturalmente, l'Italia che va dal Craxi& Andreotti della Prima repubblica fino al Berlusconi&Frattini della Seconda. In più, certo, una lunga lista di nomi illustri e di nazioni orgogliose, e di bande armate, con, dentro, anche una cinquantina di capi di Stato africani, larga parte dei Raìss del Medio Oriente da Nasser fino a oggi, i servizi segreti di mezzo mondo dal vecchio Kgb alla Cia di sempre, e poi la galassia del terrorismo internazionale che negli Anni Settanta e Ottanta ma fino ai giorni nostri dell'integralismo qaedista ha avuto mani in affari e traffici che il Qaìd intrecciava inseguendo il suo sogno, la sua ossessione, di poter salire, un giorno, sulla poltrona dove sta seduto il più potente dei Potenti della terra.
Un tale listone di Paesi e di capipopolo che coinvolge i destini e le fortune praticamente di ogni latitudine del pianeta può voler dire una cosa soltanto: che Gheddafi certamente su quella sedia tanto agognata non s'era potuto mai sedere, e però anche che in questi suoi 42 anni di potere assoluto aveva intanto intrecciato una rete così estesa e fitta di relazioni da poter comunque sopravvivere con tutte le sue folli ambizioni, pur in un mondo che mutava geneticamente. In quella rete ci stava di tutto, il baciamano di Berlusconi come i baci sulle guance di Blair, la tenda beduina montata su a due passi dall'Eliseo come le lettere affettuose che la Cia e l'Mi-6 indirizzavano a Moussa potente capo dei servizi segreti libici; non tutte erano uguali, queste storie, certamente, e però tutte avevano qualche ombra ben nascosta, qualche manovra o qualche traffico che era meglio non far conoscere. Solo che quella rete Gheddafi ora se la porterà via con sé nella tomba; e nella terra che ha coprirà quella tomba senza nome sarà sepolta anche la fitta sequenza di misteri, e di strategie politiche spesso inconfessabili, che il Qaìd vivo avrebbe invece potuto aiutare a svelare, con conseguenze che oggi, magari, farebbero fare sonni assai inquieti a molti dei potenti degli ultimi decenni.
La sua forza, la fonte del suo potere e del suo sogno, era il petrolio, la manna inarrestabile che sgorgava dai pozzi della Cirenaica e della Tripolitania, offrendogli una munifica cassa continua con la quale comprare sudditanze, comparaggi, alleanze, servizi sporchi, strumenti di pressione d'ogni tipo, fino agli attentati più spregiudicati e alle stragi più indifferenti. E nello scorrere del tempo, questa cassa continua si piegava a strategie che il Colonnello cambiava senza apparenti problematicità, adeguandosi ai fallimenti, o comunque alle irresolutezze, che vedeva trasparire dagli ambiziosi progetti su cui di volta in volta aveva puntato. E se il primo progetto era stato quello dell'inseguimento del panarabismo di Nasser - un inseguimento nel quale, dopo aver buttato a mare la basi americane, aveva spinto fiumi di denaro verso l'Egitto e la Siria - subito dopo, vinta la delusione, aveva montato il nuovo progetto di un Terzo Potere, altro dal capitalismo e dal comunismo, fino ad approdare, in ultimo, a un panafricanismo che a forza di pagamenti cash costruiva una corte ubbidiente di capi di stato del Continente nero con cui reggere la sua ambizione di farsi Re dei re.
In questo movimento scomposto, dove il disegno della destabilizzazione era la linea guida che pilotava le scelte tattiche, Gheddafi non poteva non urtare interessi consolidati, egemonie politiche e d'affari, equilibri strategici molto delicati, con la conseguenza che ogni atto compiuto in un simile territorio di poteri sensibili doveva misurarsi con una realtà di fatto e su questa intervenire, provocandone la reazione inevitabile. Nasce all'interno di questa dinamica l'uso strumentale che Gheddafi faceva di ogni movimento politico e di ogni forza d'opposizione militare ai poteri istituzionali, e da qui tutti gli episodi che oggi accompagnano la riflessione sulla sua morte «in guerra», nell'impossibile desiderio di recuperare finalmente la verità di quanto è accaduto, a Ustica, a Lockerbie, a Berlino, a Bab Al-Azizyia, nell'Irlanda ddell'Ira, nel Paese Basco, o anche in Afghanistan e in Pakistan.
Ustica, il missile che abbatte un volo dell'Itavia nel cielo e nel mare di quell'isola, resta il simbolo più efficace e più significativo di questo intreccio di interessi strategici internazionali, e di mistificazioni politiche, che hanno accompagnato nella tomba, ormai per sempre, i «misteri» di Gheddafi. Il depistaggio continuo, gli atti spregiudicati di disinformazione, le menzogne ufficiali che coinvolgevano alti gradi militari del nostro paese, della Francia, del comando Nato di Napoli, sono pezzi d'una storia che s'è fatto di tutto - da chi poteva - perché non si chiarisse mai. In questa storia (che poi ebbe una coda in un caccia libico precipitato sulle terre di Crotone), Gheddafi, e un attentato contro di lui, sono rimasti sempre sullo sfondo, legando al destino del Qaìd di Tripoli interessi politici che paiono essere stati manovrati ben al di là del ruolo di Roma o di Parigi.
Sotto questa storia, e sotto quella, per esempio, del volo di linea della Pan-Am esploso in volo sul cielo scozzese di Lockerbie, c'era certamente il ruolo di terrorista internazionale che il Colonnello si era scelto per favorire una destabilizzazione diffusa, che dal Mediterraneo e dalle logiche dei processi critici del mondo arabo si era poi spinta fino a Washington e alla Casa Bianca. Il bombardamento di Reagan sulla «reggia» di Bab AlAzizyia sta dentro questo stesso scenario, dove i morti americani della discoteca di Berlino sono solo il pretesto per una resa dei conti che con quei morti aveva solo una relazione indiretta. E sta sempre dentro questo scenario il progetto di Gheddafi di costruirsi la sua Bomba, utilizzando l'avidità commerciale d'uno scienziato pachistano, Abdel Karen Khan, che ha venduto materiale fissile e tecnologia nucleare a ogni angolo delpianeta.
Ora che Gheddafi era diventato un «buono», consegnando agli americani i suoi piani nucleari, la rivolta di Bengasi fattasi rivoluzione ha fornito un buon pretesto agli interessi francesi (e non solo francesi) per togliere comunque di mezzo il Colonnello. Certamente, nessuno voleva ammazzarlo. Ma in guerra si muore, e può anche accadere che una morte «in guerra» metta sotto un metro di terra anche mille scomode verità.
 
Fonte: http://www3.lastampa.it

LIBIA (MISURATA) - Avessero deciso loro l’avrebbero portato qui, in questa piazza che è diventata un museo all’aperto, dove a mezzogiorno portano in trionfo l’ultima parte del bottino di guerra, quello che hanno trovato sulla Toyota della fuga.
Le mutande di seta viola del Colonnello, il pigiama di seta blu a pois bianchi, lo specchio tondo e il pettine, una blasfema bottiglia di gin, gli occhiali da sole, un fazzoletto verde, i guanti, il cappotto con le mostrine. «E il Viagra!», urla Hamed agitando una scatola di medicine. Sono pasticche di «Glovit», soltanto vitamina. Non importa, per i 400 mila di Misurata sarà per sempre Viagra. «Porco!».
E invece no, almeno su questo i Ribelli di Misurata si sono fermati. E tocca a loro, sebbene di malavoglia, accompagnare Muammar Gheddafi nelle sue ultime ore sulla terra. Lo scortano nella notte, cambiano almeno due improvvisati obitori: una cella frigorifera per polli e poi un container per casse d’acqua minerale. Continuano a cercarlo, a Misurata, lo vogliono vedere. Alle otto di sera, lontano dalla città, Gheddafi è al «Mercato dei Tunisini». Fuori dai cancelli c’è ressa, spingono, urlano. Lui è al posto dei polli, su un materasso giallo, due buchi nel petto, la testa girata a sinistra, a coprire il colpo alla tempia.
Nella cella è tutto uno scattare e filmare, non c’è combattente di Misurata che non abbia queste immagini nel telefonino. «Presto, presto, fate presto». Solo loro possono entrare, i Tuwar che hanno vinto la caccia al Topo. Loro che si raccontano come l’hanno preso, e a sentirli pare che attorno a quel tunnel di Sirte ci sia stata la Libia tutta. Più che le parole questa volta contano davvero le immagini, come quella che riprende il Colonnello ancora in piedi, ferito e lucido, che reagisce a pugni e spintoni: «Quello che state facendo è peccato grave», dice. Si sente un colpo secco, forse quello mortale. Ma l’immagine non c’è più.
Ora che è su questo materasso giallo a fiori marroni, con una smorfia che fissa la sua fine, l’hanno lasciato con i pantaloni della divisa. Avevano detto, giovedì, che era morto per le ferite alla testa, alle gambe e allo stomaco. Mohammed el Bibi, il ragazzotto che gli ha preso la pistola d’oro, aveva annunciato al mondo d’avergli sparato in pancia. Un piccolo foro di proiettile c’è, ben ripulito dai medici e da chi l’ha lavato. Ma restano ben visibili ferite, lividi, tagli sulle braccia, sui fianchi, sul petto. Come se Gheddafi, prima del colpo alla tempia, fosse stato strattonato, malmenato, aggredito dall’ira. E finito.
In questo strano obitorio di Misurata s’incontra chi c’era. Non a Sirte, appena fuori dal tunnel di cemento, dove l’hanno trovato. Ma qualche chilometro lontano, sulla strada che porta qui a Misurata, al check-point numero 50. Abdel Rahoumah, 34 anni, «Ufficiale di polizia prima di passare con i Ribelli», era lì. «È arrivata la colonna di Twuar con in mezzo l’ambulanza, non sapevo ancora niente e non è stato difficile immaginare che dentro ci fosse lui. Era ancora vivo, con il medico vicino. Si sono fermati ed è stato il caos, tutti attorno Un ragazzino gli ha strappato i capelli, ha detto che erano finti e unti di nero».
Abdel il poliziotto ha cinque filmati nel telefonino. C’è quello che si chiude con il colpo di pistola, «ma non è successo al check-point 50. Sono ripartiti per Misurata dopo dieci minuti, e ho visto che era ancora vivo». Non sa, Abdel, se l’ambulanza si sia fermata ancora. «Forse era già successo prima». Mohammed Behlil era a Sirte, vicino al tunnel. «Quando è salito in ambulanza camminava, nessuno gli aveva sparato alla testa». Insomma, nemmeno i Combattenti sanno cosa sia davvero successo, ammesso che la questione li appassioni. Piuttosto, seppellirlo qui, e anche questo è trofeo di guerra, o mandarlo via, lontano da Misurata?
Il cimitero ha muri bianchi e bassi, coperti dalle scritte con i nomi dei Martiri. «Non lo vogliono, qui. Qui ci stanno solo i martiri. Vada via!», grida una donna. C’è chi lo vorrebbe buttare in mare, «così non è più nemmeno sotto la nostra terra». Ma almeno un’ultima volta, e per molti di loro sarebbe l’unica, lo vogliono vedere da vicino. «L’abbiamo dovuto spostare almeno tre volte», dicono dal comando militare del Consiglio Nazionale di Transizione, mentre al primo piano, negli studi di «Radio Misurata» arrivano le telefonate di chi vuol sapere «dov’è il Topo», «se non lo vedo non ci credo», «vi prego, ditemelo».
Il Colonnello e Mutassim, il capo del temuto servizio di sicurezza interno, li avevano portati a casa di Anwar Sanwan, 41 anni, la barba riccia, il Ribelle che abita nelle case di Mar Bath, le dune di sabbia e subito c’è il mare. «Ma arrivava troppa gente e li abbiamo portati qui», e indica il vecchio deposito di ghiaia ora occupato dalle Tigri di Misurata. Di fronte c’è l’antenna bianca e rossa della tv, la prima a esser stata colpita dall’aviazione di Gheddafi il 20 febbraio. Lo credevano all’ospedale, il Colonnello. Invece era qui, accanto al figlio, nel container 45R1 e la scritta «Evergreen», sempre verde.
Alle undici del mattino, quando Anwar infila la chiave nel grosso lucchetto del container e apre la porta, un moscone s’infila nel gelo. Mutassim è sui bancali di legno, una coperta arancione come materasso, nudo, solo un lenzuolo di garza azzurra e un altro verde a coprirlo appena. Barba e capelli sono un misto di sangue e sabbia, ha un buco sotto la gola, un secondo in mezzo al petto, un terzo alla gamba sinistra. «E qui sotto - indica Anwar, e pare un esperto becchino - si vede il segno del prelievo per l’esame del Dna. L’abbiamo fatto anche al padre, in modo che nessuno abbia mai più un dubbio. È finita davvero».
Non sembra, attorno a questo container svuotato in fretta dalle bottiglie di minerale marca Shafia, lo stesso nome della moglie del Colonnello, la madre di Mutassim. Si sentono i canti delle donne del quartiere, che prima della preghiera del venerdì arrivano con le figlie. Hanno saputo che il corpo di Gheddafi, portato via nella notte, tornerà a metà pomeriggio. E prepareranno la festa, con i pentoloni per il riso e il montone, le ceste di datteri freschi, gli altoparlanti con la musica, i bambini armati di pistole giocattolo che ballano. Ma sarà troppo rischioso riportare il Colonnello nel container. Festa funebre annullata.
Ancora una notte nella cella frigorifera dei polli, per Gheddafi. In una Misurata che resta tutta macerie, vuota di giorno e la sera piena di luci e di macchine. Alle nove una colonna di Twuar sta scortando un’ambulanza. «È lui, è lui!», si muove la folla. Sparano in aria dalla Piazza del bottino di guerra. Non era lui, e forse è l’ultima notte al «Mercato dei Tunisini». Ai cancelli continuano a premere, nessuno che voglia sapere come è morto, tutti che lo vogliono vedere. E la tv Al Arabyia chiude il tg con gli ultimi secondi del rais vivo. I calci, gli sputi, le spinte. E una pistola che si avvicina alla tempia sinistra.
 
Fonte: http://www3.lastampa.it

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ITALIA-CINA

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