The War in Bosnia and Herzegovina, commonly known as the Bosnian War, was an international armed conflict that took place between March 1992 and November 1995. The war involved several sides. According to numerous International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia judgments the conflict involved Bosnia and the Federal Republic of Yugoslavia (later Serbia and Montenegro) [1] as well as Croatia.[2] According to an International Court of Justice judgment, Serbia gave military and financial support to Serb forces which consisted of the Yugoslav People's Army (later Army of Serbia and Montenegro), the Army of Republika Srpska, the Serbian Ministry of the Interior, the Ministry of the Interior of Republika Srpska and Serb Territorial Defense Forces. Croatia gave military support to Croat forces of self-proclaimed Croatian Community of Herzeg-Bosnia. Bosnian government forces were led by the Army of Republic of Bosnia and Herzegovina.[3] These factions changed objectives and allegiances several times at various stages of the war.
Fonte: http://www.youtube.com/user/monas1900
"La Politica è una cosa difficile, talvolta terribile, ma tuttavia umana! Anche nella Politica ci deve essere il disgusto, la pulizia! Non ci si può sporcare di fango, nemmeno per un'idea alta!" (Boris Eltsin - "Il diario del Presidente")
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giovedì 23 aprile 2009
War in Bosnia and Herzegovina (1992-1995) "Il disastro Balcanico!"
Yugoslavia (The WAR) 1991-1995
Alcune immagini del passato: la più sanguinosa Guerra Civile che l'Europa moderna abbia mai potuto vedere!!! Ecco ciò che succede quando l'ordine e la disciplina vengono a mancare e quando il disordine e l'anarchia sociale predomina...disordine per altro coltivato e causato dalle Nazioni dell'Occidente Capitalista ed egoista...
Yugoslav People's Army - Jugoslovenska Narodna Armija...
La potenza militare che fù...l'ex-Jugoslavia di Tito!!!
Parada JNA 1985 - Beograd...
Belgrado - Parata militare del 1985 - Quando ancora in Jugoslavia regnava il vero ordine, la vera pace, la vera e giusta disciplina...4 anni prima del disastroso crollo del Muro di Berlino del 1989 e 6 anni prima della sanguinosa e distruttiva guerra civile Balcanica!!!
Jugoslavija, hej Vojnici Vazduhoplovci....
Josip Broz Tito Sfrj Jna Jugoslavija Vazduhoplovstvo Ratno Vojska Jugoslovenska Narodna Armija Komunizam Communism Rat Socialisticka Federativna Republika Jugoslavija Yugoslavia Jugoslavia Comunism...
mercoledì 22 aprile 2009
Yugoslav hell march....in JUGOSLAVIA si stava meglio con TITO!!!
«Una coscina di passero, presidente Tito? O preferisce il petto?» Sontuoso quel banchetto ufficiale che il compagno Deng Xiaoping offrì una sera di settembre del 1977, nell' immenso salone del Palazzo del Congresso di Pechino: i fuochi di sedici cucine accesi da due giorni, ottocento commensali, mille camerieri. Allora presidente, il petto o la coscia? Né l' uno né l' altra, pensò il Maresciallo, che detestava mangiare volatili, ma nell' occasione, appunto, poteva solo pensarlo. La Cina è la Cina, l' offesa era vicina. Come cavarsela? Alla Tito: con uno sguardo diretto a Deng, con un sorriso al cameriere. E un cortese rifiuto condito d' ideologia: «Mi spiace, compagno, ma da noi si dice che i passeri sono i proletari del cielo. E io non posso mangiare un proletario». Quando Forattini disegnava l' imborghesito Berlinguer a sorseggiare tè in vestaglia di seta, ben prima che arrivassero i cachemirini di Bertinotti, in Jugoslavia ci fu un comunista con stile che i re volevano alla loro tavola e le attrici di Hollywood andavano a incontrare. Uno che si permetteva d' ospitare la Royal Family britannica nelle campagne di Leskovac e accendere la carbonella del barbecue («Un' esperienza unica», commentò la regina Elisabetta, anno 1972), o d' invitare Sophia Loren a Brioni (1974) perché gli cucinasse due spaghetti al pomodoro. Infoibava e infornava. Reprimeva e riceveva. «Lui era il vero dandy del comunismo», dice Enzo Bettiza, il grande scrittore e giornalista d' origine dalmata e di destino liberale, che dal croato Tito si vide espropriare una casa di famiglia e che a Tito parlava senza interpreti: «Aveva il portamento d' un nobilastro mitteleuropeo, più che d' un comunista balcanico. Anche perché c' entrava poco col proletariato. Dopo il crollo della Jugoslavia, un giorno che pranzavo al club degli scrittori di Zagabria, me lo spiegarono: s' è mai chiesto perché Tito parlava così bene tedesco, tirava di scherma, suonava il piano, andava a cavallo, amava l' operetta, lo champagne e gli yacht? Perché, e questo a Zagabria s' è sempre sussurrato, in realtà era il figlio naturale d' un nobile croato». Tito il bon vivant. Tito il dandy rosso. Sarà anche per questo che crollata la Jugoslavia, (quasi) smaltita la sbornia del nazionalismo, una strana nostalgia attanaglia ora i Balcani. Nel ricordo di Josip Broz nascono ristoranti, fans club, siti web. Chi proclama su un terreno serbo di qualche ettaro la Titoslavia, chi lancia biancheria intima con la stella rossa. Un nipote del Maresciallo ha perfino imposto il copyright sul nome. L' ultimo fenomeno nelle librerie di Belgrado e di Zagabria è il Tito' s Cookbook, 255 pagine di retroscena e di meravigliose foto coi grandi di mezzo Novecento, di menù delle serate e d' istruzioni per cucinarli. Tranne Adenauer e de Gaulle, Tito incontrò tutti. Perché la locomotiva della rivoluzione titina, dove non bastava il carbone, andava a bicarbonato: il pollo al bacon di Kruscev (il più maleducato, ci fa sapere il cerimoniere di corte Branko Trbovic) e l' agnello ai funghi per lo scià (il più carismatico), la salsiccia di Willy Brandt e il montone alle cipolle con Saddam Hussein. La via lussuosa al socialismo includeva galanti colazioni con Joséphine Baker (involtini al formaggio) e Gina Lollobrigida (zuppa di pesce), Liz Taylor (tartare) e Jackie Kennedy Onassis (frutti di mare)... «Non si può dire che sia stato l' uomo più ricco del mondo - nota Bettiza - ma certo s' organizzò l' agio più grande del mondo, su un mare fra i più belli del mondo. Era un gran donnaiolo. Ivan Mestrovic, lo scultore, gli regalò la sua villa di Spalato: a Tito serviva per ricevervi il soprano del teatro locale, lontano dagli occhi della moglie Jovanka». La «Jugostalgia» non è nuova, «se si pensa che la Slovenia comunista era già allora più ricca della Calabria», ma secondo Bettiza «questa Tito-nostalgia, questo libro sono una novità soprattutto in Serbia dove, negli anni duri di Arkan, i miloseviciani forzavano la storia e quasi paragonavano Tito allo sterminatore Pavelic, rimproverandogli d' avere reso la Serbia debole in una Jugoslavia forte, d' avere concesso troppo agli albanesi del Kosovo, d' essere in definitiva un croato». Un postcomunista, anche, almeno a sfogliare il Tito' s Cookbook: aveva imparato a diffidare specialmente degli amici e se gradiva i cocktail Hemingway che gli preparava il compagno Fidel Castro, i limoni e l' acqua per il ghiaccio preferiva portarseli da casa; così come non si scandalizzava quando il caro leader Ceausescu, se veniva a trovarlo, esigeva esclusivamente bottiglie made in Romania. La dolce vita d' un non allineato richiedeva qualche cautela e a Belgrado, nel palazzo presidenziale, funzionò sempre un centro antiveleni che etichettava con due parole - «analizzato», «utilizzabile» - qualsiasi alimento. Una precauzione che risaliva alle colazioni con Stalin, non si sa se più pesanti per lo stomaco o per la politica: «Erano pur sempre regimi intrecciati con crimini, anche se Tito - dice Bettiza - non aveva verso il suo popolo la spietatezza d' un Ceausescu o d' un Castro. Nelle memorie di Micunovic, ambasciatore jugoslavo nella Mosca di Krusciov, si racconta che alla morte di Stalin una scrivania fu portata al museo. Sembrava vuota, ma da un cassetto spuntò un foglio. Appallottolato con rabbia. Era una missiva di Tito al dittatore sovietico. C' era scritto: "Lei mi ha mandato molti attentatori, ma sono stati tutti arrestati. Se ne mandassimo noi uno a Mosca, sono sicuro che tornerebbe a casa vivo"». Una vita, nelle parole di Bettiza, non basterebbe a raccontare la vicenda del dandy rosso: «Impegnata com' è a rivalutare Craxi, la sinistra italiana l' ha rimosso, dimenticato. Inspiegabile. Ci si rende conto di che cosa fermò? E di che cosa anticipò? Non si vergognava del lusso borghese e, nei limiti d' un Paese come quello, ne concedeva qualche briciola anche ai suoi jugoslavi. Un trotzkista da salotto come Bertinotti, un D' Alema con la barca avrebbero interesse a rivalutare questo compagno con stile. Tito fu un precursore dell' edonismo di sinistra. Resta un gigante. Perché è sempre meglio un politico in barca che un politico in chiesa».
Bettiza Enzo
Fonte: http://archiviostorico.corriere.it e http://www.youtube.com/user/SlovenskiPartizan2
Josip Broz Tito: La jugo-nostalgia dei croati!!!
Rimpianto di una migliore qualità della vita e espressione di appartenenza ad un comune milieu culturale, la jugo-nostalgia esula da una sfera unicamente politica e coinvolge vecchi e giovani. Che ora dicono: "Era meglio".
Neppure un mese fa, il 25 maggio, gente comune e ex combattenti partigiani hanno celebrato il compleanno di Josip Broz Tito, il presidente jugoslavo morto nel 1980, a Kumrovec, suo luogo di nascita. Ora, il 22 giugno prossimo, Zagabria ospiterà la presentazione del libro “Lessico della mitologia jugoslava”. I due eventi, apparentemente non collegati fra loro, dimostrano che una parte della popolazione croata continua a serbare una certa nostalgia per la Jugoslavia, il rimpianto per la vita nell’ex Stato dei Serbi, Croati, Bosniaci, Sloveni, Montenegrini, Macedoni e Albanesi.
Mentre il raduno nella Kumrovec di Tito, luogo che una volta rappresentava la meta obbligatoria di gite scolastiche, rappresenta una cerimonia quasi rituale dei rimanenti antifascisti, il libro che verrà presentato a Zagabria è una vera enciclopedia della jugo-nostalgia.
Uno degli editori, Đorđe Matić, di Zagabria, afferma che questo libro, piuttosto corposo, con le sue 400 pagine e quasi un migliaio di note, è un promemoria di ogni cosa che i cittadini della ex Jugoslavia ricordano ancora oggi con rimpianto a proposito dei suoi 50 anni di esistenza. Tra le mille voci del “Lessico della Mitologia Jugoslava” ci sono notizie sulla prima macchina jugoslava, la italiana Fiat 750, costruita sotto licenza; i viaggi a Trieste per comprare beni dell’Europa occidentale che non si potevano trovare nei negozi della Jugoslavia; i primi gruppi rock jugoslavi; le vacanze di massa nelle residenze estive dei lavoratori, i viaggi delle squadre di lavoro giovanili, e personalità come quella del presidente Tito.
La nostalgia per la Jugoslavia è davvero così diffusa nella società croata odierna? La questione è stata nuovamente sollevata quando i voti della Croazia hanno assegnato il massimo dei punti alla canzone della Serbia e Montenegro al festival della canzone Eurovision, che si è tenuto a Istanbul all’inizio di maggio.
Se una cosa simile fosse capitata solo 5 o 6 anni fa, durante la presidenza di Franjo Tuđman, si sarebbero avute grandi reazioni da parte dei politici e commenti sui giornali e le televisioni controllati dal governo, che avrebbero definito l’episodio come un tradimento. Allo stesso tempo, si sarebbe lanciata una battaglia contro le “forze non ancora sconfitte” che rifiutano di vedere la Croazia come un Paese autonomo, sovrano e indipendente, e che invece cercano di restaurare la Jugoslavia.
In effetti, la jugo-nostalgia era considerata più o meno come tradimento durante il governo autocratico del presidente croato Franjo Tuđman (1990-1999). La paranoia di Tuđman aveva portato a cambiare i nomi delle squadre di calcio, anche se i tifosi della popolarissima “Dinamo” di Zagabria, il cui nome era stato cambiato in “Croazia”, continuavano a gridare il “sacro nome di Dinamo” durante le partite. Tuđman aveva detto loro che se volevano tifare la Dinamo era meglio se si trasferivano nella cittadina jugoslava di Pančevo, che aveva una squadra con lo stesso nome.
Ogni qualvolta ci fosse stata una espressione pubblica di rimpianto nei confronti di qualcosa che era bello nella Jugoslavia – fossero anche state cose assolutamente non minacciose come la musica o il cinema – lo si etichettava come jugo-nostalgia. Uno jugo-nostalgico era meritevole di disprezzo e persona non gradita nella società croata.
E tuttavia, il fatto che oggi i Croati abbiano attribuito il massimo dei punti proprio alla canzone della Serbia e Montenegro non ha causato particolare turbamento. Allo stesso modo, ora non c’è più molto trambusto rispetto alle magliette con l’immagine di Josip Broz Tito che vengono vendute in molti mercati in Croazia.
“Le magliette sono acquistate soprattutto dalla generazione più giovane, quelli che non erano neppure nati quando Tito è morto - ci dice un venditore al mercato di Osijek, la quarta città più grande della Croazia, nel nord est del Paese. Vedono queste magliette così come noi vedevamo quelle con il volto di Che Guevara, dice il negoziante, il cui commercio sembra andare bene.”
“I film serbi si vendono bene - dichiara il proprietario di una videoteca di Vukovar, la città croata che ha più patito durante la guerra tra Croazia e Jugoslavia nel 1991, e che è oggi considerata come un simbolo della sofferenza della Croazia. Io credo che si tratti di jugo-nostalgia. La gente si sente più vicina a questi film che a quelli stranieri. Capiscono la lingua, e le situazioni affrontate sono simili a quelle che vedono nel proprio Paese.”
Dražen Lalić, noto sociologo di Zagabria, ha un’opinione simile: “La jugo-nostalgia è un sentimento molto comune in un segmento della popolazione, e non solo tra i più anziani, ma anche tra i più giovani. Questi ultimi, tuttavia, lo sentono solamente a livello culturale, e non politico”, spiega Lalić. “Dopo una lunga insistenza sul fatto che la Croazia appartiene esclusivamente al milieu culturale della Europa centrale e mediterranea, ora diventa sempre più evidente che, prendendo in considerazione lo stile di vita dei propri cittadini, la mentalità, i simboli e tutto quanto costituisce la cultura, la Croazia appartiene anche al milieu culturale balcanico. E noi associamo questo con la Jugoslavia, così che tutti quelli che sentono come proprio questo milieu – perché ne comprendono la lingua e la vicinanza culturale – vengono definiti jugo-nostalgici.”.
Lalić sostiene che gli jugo-nostalgici politici comprendono un numero poco significativo di anziani e di persone che hanno perso le proprie posizioni politiche al momento della divisione del Paese. Oggi, ricorda Lalić, le persone di questo tipo sono molto poche.
“La jugo-nostalgia esiste, ma la gente non rimpiange la Jugoslavia come ex Stato; rimpiangono la qualità della vita di cui lì potevano godere. Credono che la vita fosse molto migliore in Jugoslavia – erano più sicuri, avevano uno standard di vita superiore, un lavoro sicuro e un miglior sistema sanitario di quello che hanno ora” - afferma Milanka Opačić, 36 anni, vice presidente del partito socialdemocratico (SDP), un partito che i nazionalisti accusavano di tendenze pro jugoslave mentre era al potere nel corso degli ultimi 4 anni.
Le parole della nota esponente politica della giovane generazione riecheggiano in quelle di Josip Horvat, un pensionato, che lavorava per la grande ditta di Zagabria “Rade Končar”.
“Avevo un lavoro sicuro, una cosa che i miei figli non hanno; non dovevo pagare per la assicurazione medica addizionale, cosa che i miei figli invece devono fare; potevo camminare per Zagabria nel mezzo della notte, senza preoccuparmi del fatto che qualcuno avrebbe potuto derubarmi, cosa che ora invece neppure oso fare. Era meglio, la vita era più semplice e non c’erano così tanta criminalità e furti - dice Horvat.”
I politici e i media croati non spaventano più il pubblico con la possibilità di una restaurazione della Jugoslavia, come durante i tempi di Tuđman. La Croazia si sta avvicinando alla Unione Europea, nella quale spera di entrare nel 2007, insieme a Bulgaria e Romania. La Jugoslavia viene ora considerata come un qualcosa di andato per sempre, un tentativo politico fallito impossibile da resuscitare. Questo è il motivo per cui i rimanenti jugo-nostalgici in Croazia sono ormai considerati come dei romantici, non dei nemici dello Stato, come durante il periodo del governo del nazionalista Franjo Tuđman.
Fonte: http://www.osservatoriobalcani.org
Tribute to Josip Tito Broz...Nostalgia di Tito, riappare la scritta gigante!!!
Le dico: «Nonna, sai che è tornata la scritta Na Tito sul monte Sabotino?». Mia nonna stacca un attimo lo sguardo da Domenica in e mi risponde: «E dov' è il monte Sabotino?». Na Tito invece sa cosa significa. Lei, istriana di Orsera, sposa di un cannoniere della Marina che si è portato il ritratto di Mussolini fino a Trieste, lei italianissima figlia di contadini italianissimi, sa comunque cosa significa. Quell' espressione era dentro le canzonette che cantavano i drusi quando scendevano in paese a far baldoria. Le sue figlie - mia madre, mia zia - le canticchiavano anche in casa, per la felicità di mio nonno. Na Tito, Na Tito, nostro Tito. «Tito non era nostro, ma tua zia si tirava dietro tua madre (tu mare) alle feste, non se ne perdevano una, ballavano come matte». I miei nonni sono partiti per Trieste nel ' 49. Non erano certo dei simpatizzanti di Tito, ma non sono fuggiti, non sono stati scacciati. Se ne sono andati perché mia madre si era ustionata un piede e in più di sette mesi non avevano trovato un medico in grado di curarla. Ecco cosa ricorda mia nonna «fascista», ricorda la miseria, l' arretratezza di quei primi anni di regime titino, non la furia genocida, non le foibe. Le foibe sono una sciagura umana, vanno riesplorate, raccontate, analizzate nei libri di storia, ma non rappresentano che in minima parte i rapporti tra la popolazione italiana e quella iugoslava, né dell' epoca né di oggi. Esattamente come non li rappresenta il nostalgico revanscismo di quella cinquantina di sloveni che notte tempo hanno ricostruito, masso dopo masso, la scritta che grida - un po' striscione ultras, un po' HOLLYWOOD sulle colline di Los Angeles - il suo intransigente bagliore verso Gorizia. Decine e decine di pietre del peso di cinquanta chili l' una, ridisposte con cura certosina sulla parte meno cespugliosa della pendice Sud, per un' estensione di venticinque metri di altezza e cento di lunghezza. Un lavoro che sa tanto di risposta, di replica: sul monte Sabotino prima c' era un' innocua sigla SLO, composta il 25 giugno scorso per celebrare l' indipendenza della Slovenia. Ma prima non c' erano neanche i rigurgiti pseudo-foibologisti delle fiction televisive, non c' erano neanche le strumentalizzazioni di un dramma misteriosamente rimosso per cinquant' anni tanto da sinistra che da destra. Il «Cuore nel pozzo» è stato trasmesso anche dalla tv slovena. I sindaci del litorale sloveno stanno preparando un documento di condanna per come sono stati raccontati i fatti. E' ovvio - si tratta dell' ovvietà dei comportamenti umani - che qualche partigiano titino, di quelli che cantavano alle feste con mia zia e mia madre senza aver mai infoibato nessuno, finisse per alzarsi dal divano, spegnere la tv e tornare nei boschi a riscoprir vessilli. Na Tito, Na Tito. Questa terra di tutto ha bisogno tranne che di rivangare, sarebbe bene che i cantori della memoria (fino a ieri smemorati) lo tenessero a mente. I problemi veri sono quelli del presente. Sono, semmai, quelli della nostra omologazione, non della nostra diversità. Se uno si fa un giretto per i casinò di Nova Gorica, così sinistramente uguali a una qualsiasi delle nostre aree suburbane di svago, trova i pescatori di vongole di Chioggia, i mobilieri di Oderzo, i giocatori veneti, i poveri coi soldi, modelli di riferimento per i giovani sloveni, che pensano alla nuova fratellanza europea come via d' accesso per quel tipo di benessere, quel tipo di felicità. Certo, una fiction ambientata sulle Alpi Giulie di oggi sarebbe meno eroica, gronderebbe meno sangue, risulterebbe senz' altro meno seguita, ma magari aiuterebbe a capire di più chi siamo, cosa siamo diventati. Oggi la vanga non serve e quella scritta sul monte sarà presto mangiata dalle piogge. Riconsegno mia nonna a Domenica in e me ne vado con la convinzione che il monte Sabotino meriterebbe un film di Kusturica - con il prima e il dopo, con le scritte di pietre e il ritratto di Mussolini nel cassetto di mio nonno, con i drusi, mia zia, mia madre che ballano in piazza a Orsera - ecco cosa meriterebbe questo pezzettino d' Europa, più di mille ricostruzioni ad uso propagandistico. www.maurocovacich.it Le tappe 1945 Finita la Seconda guerra mondiale, nasce la Repubblica popolare e federale della Jugoslavia con a capo Josip Broz, detto Tito (nella foto): la Slovenia vi aderisce come repubblica federata 1991 Nella primavera del ' 90 la Slovenia è la prima Repubblica jugoslava a indire elezioni libere e a porre fine a 45 anni di comunismo. In seguito a un referendum, il 25 giugno 1991, proclama la sua indipendenza. L' anno dopo il nuovo Stato è riconosciuto dalla Comunità europea 2004 Il 16 aprile 2004 la Slovenia firma ad Atene la sua adesione all' Unione europea. Il 1° maggio ne entra a far parte a tutti gli effetti insieme ad altri nove Paesi LA STORIA E LA BEFFA
Covacich Mauro
Pagina 18
(21 marzo 2005) - Corriere della Sera
Fonte: http://archiviostorico.corriere.it
ITALIA-CINA
PER L'ALLEANZA, LA COOPERAZIONE, L'AMICIZIA E LA COLLABORAZIONE TRA' LA REPUBBLICA ITALIANA E LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE!!!