Con il termine "foibe" si intendono le uccisioni di migliaia di cittadini italiani compiute per motivi etnici-politici alla fine (e durante) la seconda guerra mondiale[1] in Venezia Giulia e Dalmazia, per lo più compiuti dall'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia.[2] In misura minore e con diverse motivazioni furono coinvolti nei massacri anche cittadini italiani di nazionalità slovena e croata, oltre che alcuni cittadini di nazionalità tedesca e ungherese residenti a Fiume.[3]
Il nome deriva dagli inghiottitoi di natura carsica dove furono rivenuti i cadaveri di centinaia di vittime e che localmente sono chiamati "foibe". Per estensione i termini "foibe" e il neologismo "infoibare" sono in seguito diventati sinonimi degli eccidi, che furono in realtà perpetrati con diverse modalità.[4]
Cause remote (contesto storico) [modifica]
Il massacro delle foibe va inserito nel periodo storico (svoltosi fra il Congresso di Vienna e la Seconda guerra mondiale), noto come l'"epoca dei nazionalismi". Nel corso di tale periodo furono innumerevoli le minoranze etniche a essere distrutte: una tragedia che coinvolse decine di milioni di europei, provocando milioni di vittime. Punti salienti di tale processo furono il Genocidio Armeno, l'esodo greco dall'Anatolia e dei tedeschi dall'Europa orientale (1945)(Vedi sulla Wikipedia in inglese la voce: en:German_exodus_from_Eastern_Europe).
Gli opposti nazionalismi [modifica]
Suddivisione linguistica dell'Istria e del Quarnero in base al censimento austriaco del 1910.
██ italiano (veneto e istrioto)
██ serbocroato
██ sloveno
██ istrorumeno
Prima del XIX secolo in Istria e Dalmazia, avevano convissuto popolazioni di lingua romanza e slava, che non avevano fra di loro tensioni dovute ad ancor inesistenti concetti di nazionalità (viceversa le etnie erano notevolmente mischiate).[5] Vi era una differenza di carattere linguistico-culturale fra la società urbana e marittima (prevalentemente romanzo-italica) e quella rurale e montana (per lo più slava o slavizzata). Nell'entroterra montano erano presenti inoltre comunità morlacche che si slavizzarono progressivamente. La borghesia era ovunque di cultura italiana.
Con l'imporsi del concetto di stato nazionale, a seguito dell'epoca napoleonica, istriani e dalmati (a partire dalle loro classi borghesi) cominciarono a identificarsi nelle moderne nazionalità: nel presente caso italiana, slovena, serba e croata. Ciascuna delle fazioni cominciò a lottare per riunire le proprie terre alle rispettive "madrepatrie".[6][7]
Si originò così quella contrapposizione etnica che fu la causa remota dei massacri delle foibe. È bene ricordare che simili tensioni sono caratteristiche delle zone ad etnia mista e ancor oggi possono sfociare in episodi violenti (si pensi solo alla questione basca e all'Irlanda del Nord).[8][6] Il sorgere dell'irredentismo italiano portò il governo asburgico a favorire il sorgere di un nazionalismo croato contro le ben organizzate comunità cittadine italiane, da un lato, e contro l'espansionismo serbo dall'altro. Soprattutto in Dalmazia si ottenne una progressiva repressione dell'elemento italiano, che fu spinto ad una prima emigrazione verso nord (Zara, Trieste e Venezia) o sulle isole.
Le tensioni fra le diverse nazionalità, pertanto, non furono provocate dall'arrivo del fascismo (come spesso viene detto), anche se il fascismo contribuì sicuramente a far degenerare la situazione.
Le tesi del nazionalismo croato [modifica]
Antonio Bajamonti in una cartolina propagandistica dei primi del '900
« La nazionalità italiana non esiste in Dalmazia; i Veneti nella lunga loro dominazione non poterono innestarla. Coloro che sostengono esservi in Dalmazia la nazionalità italiana, o non conoscono la provincia, o trovano l'interesse nel ciò dire. »
(Lodovico Vulicevic', "Partiti e lotte in Dalmazia", Trieste 1875, Stabilimento Tipografico e calcografico del "Tergesteo")
« Nessuna gioia, solo dolore e pianto, dà l'appartenere al partito italiano in Dalmazia. A noi, italiani della Dalmazia, non rimane che un solo diritto, quello di soffrire.[9] »
(Antonio Bajamonti, Discorso inaugurale della Società Politica Dalmata, Spalato 1886)
Nell'ambito dei succitati conflitti nazionali, nacque fra i croati l'idea che Istria, Fiume e Dalmazia fossero parte integrante del loro territorio nazionale fin dall'alto medioevo. Non si riconosceva la presenza di comunità italiane né in Dalmazia, né a Fiume (e solo parzialmente in Istria), che venivano considerate una realtà estranea, frutto di "invasioni straniere" che avevano italianizzato parte delle popolazione croata originaria, che pertanto doveva essere considerata croata a prescindere dalla loro volontà. Questa retorica nazionalista fornì una giustificazione morale agli avvenimenti.
Grande Guerra e annessione all'Italia [modifica]
L'Italia accettò di entrare nella Grande Guerra a fianco della Triplice Intesa in base ai termini del Trattato di Londra, che garantiva all'Italia il possesso dell'intera Istria, di Trieste e della Dalmazia settentrionale - incluse le isole. La città di Fiume, a maggioranza italiana, sarebbe dovuta rimanere Austria-Ungheria per garantirle un adeguato accesso al mare. Al termine delle guerra, con i trattati di Saint Germain e di Rapallo, l'Italia ottenne solo parte di ciò che le era stato promesso: le fu infatti negata la Dalmazia (dove ottenne solo la città di Zara e alcune isole). Rimase aperta la questione di Fiume: originariamente destinata ad essere il porto dell'ormai defunto Impero Austro Ungarico fu rivendicata dall'Italia, che riuscì infine ad annetterla nel 1924.
L'Hotel Balkan sede del Narodni dom dopo l'incendio (1920).
I territori annessi includevano forti minoranze slovene e croate. Lo Stato italiano in un primo tempo espresse l'intenzione di rispettare le minoranze etniche, ma questa volontà si scontrò ben presto con il nascente fascismo, che proprio in Venezia Giulia conobbe alcuni dei suoi episodi più violenti (il cosiddetto "fascismo di frontiera"), sia di matrice terrorista, sia legalitario e culturale, considerati dagli squadristi come due facce della stessa medaglia. L'episodio più noto fu l'incendio del Narodni dom, la "Casa nazionale slovena" a Trieste, compiuto da squadristi fascisti, come ritorsione ad incidenti antiitaliani avvenuti a Spalato.
L'italianizzazione fascista [modifica]
« Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. [...] I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani »
(Benito Mussolini, discorso tenuto a Pola il 24 settembre 1920[10])
La situazione degli slavi si deteriorò con l'avvento al potere del fascismo, nel 1922. Fu infatti varata in tutta Italia una politica di assimilazione delle minoranze etniche e nazionali, che prevedeva l'italianizzazione di nomi e toponimi, la chiusura delle scuole slovene e croate e il divieto dell'uso della lingua straniera in pubblico. Simili politiche di assimilazione forzata erano all'epoca assai comuni, ed erano applicate, fra gli altri, anche da paesi democratici (come Francia[11][12] e Regno Unito). Da notare che furono adottate dalla stessa Jugoslavia, dove si verificarono anche episodi di repressione violenta.[13]
L'azione del governo fascista annullò l'autonomia culturale e linguistica di cui le popolazioni slave avevano ampiamente goduto durante la dominazione asburgica e incrementò i sentimenti di inimicizia nei confronti dell'Italia.
Le società segrete irredentiste slave, preesistenti allo scoppio della Grande Guerra, si fusero in gruppi più grandi, a carattere nazionalista e comunista, come la Borba e il TIGR, che si resero responsabili di numerosi attacchi a militari, civili e infrastrutture italiane. Alcuni elementi di queste società segrete furono catturati dalla polizia italiana e condannati a morte dal tribunale speciale per terrorismo dinamitardo.[14]
Anche la residua minoranza italiana in Dalmazia subì delle crescenti vessazioni, nonostante la Convenzione di Nettuno del 1925 ne avesse regolato la condizione.
L'invasione della Iugoslavia [modifica]
La spartizione della Iugoslavia.
Nell'aprile del 1941 l'Italia partecipò all'attacco dell'Asse contro la Iugoslavia, in seguito al colpo di stato che aveva spodestato il governo di Belgrado il 25 marzo 1941 instaurando una giunta filo-inglese e filo-sovietica. L'Italia si annesse una grande parte della Slovenia (dove fu costituita la provincia di Lubiana), la Dalmazia settentrionale e le Bocche di Cattaro.
Un graduato italiano colpisce un ostaggio condotto alla fucilazione[15] (dall'Archivio della Fondazione Istituto per la storia dell'età contemporanea - Isec Onlus)
Inizialmente tranquilla per gli italiani[16], la situazione nei territori ex iugoslavi annessi, divenne incandescente dopo l'aggressione tedesca all'URSS il 22 giugno 1941, allorché le cellule comuniste "dormienti" in tutta Europa vennero scatenate da Stalin contro l'ex alleato dell'Asse. In tutta la Jugoslavia, allora, iniziò una feroce guerriglia - ben presto degenerata in guerra civile - che coinvolse le truppe italiane in un crescendo di violenze e atrocità reciproche. La repressione italiana fu pesante e in molti casi furono commessi crimini di guerra.
Slovenia 1942 - Il plotone di esecuzione composto da militari italiani e da belagardisti (Guardia bianca slovena) è pronto per l'esecuzione
L'annessione unilaterale da parte dell'Italia di parte dei territori già jugoslavi provocò inoltre un ulteriore inasprimento delle relazioni fra slavi e italiani. Nella provincia di Lubiana si provò ad instaurare un regime d'occupazione morbido e rispettoso delle peculiarità locali. Tuttavia l'insorgere di un movimento di resistenza, provocò la nascita di una violenta repressione.
In Dalmazia venne da subito instaurata una politica di italianizzazione forzata, spesso ottusa e maldestra, che esasperò i rapporti con la popolazione, suscitando la riprovazione degli stessi dalmati italiani.
Per reprimere la guerriglia furono istituiti campi di concentramento in cui furono reclusi elementi slavi giudicati "sediziosi". Tra questi si ricordano quelli di Arbe e di Gonars.
Il massacro [modifica]
1943: armistizio e prime esecuzioni [modifica]
Recupero di resti umani dalla foiba di Vines, località Faraguni, presso Albona d'Istria negli ultimi mesi del 1943
L'8 settembre 1943 con l'armistizio tra Italia e Alleati, si verifica il collasso del Regio Esercito. Il 9 settembre le truppe tedesche entrarono a Trieste. In questo periodo (13 settembre 1943) si proclamò il "distacco" dell'Istria dall'Italia e l'annessione alla Jugoslavia. Il 29 settembre 1943 venne istituito il Comitato esecutivo provvisorio di liberazione dell'Istria.
Parallelamente al consolidamento del controllo germanico sul capoluogo giuliano, su Pola e su Fiume, i partigiani occuparono buona parte della penisola istriana, mantenendo le proprie posizioni per circa un mese. Improvvisati tribunali popolari, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di liberazione emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime furono rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo che s'intendeva creare.[17] A Rovigno il Comitato rivoluzionario compilò una lista contenente i nomi dei fascisti, ma anche di persone estranee al partito ma rappresentanti lo stato italiano, i quali vennero arrestati e condotti a Pisino. In tale località furono condannati e giustiziati assieme ad altri fascisti italiani e croati. La maggioranza dei condannati fu scaraventata nelle foibe o nelle miniere di bauxite, alcuni mentre erano ancora in vita.[18]
In Dalmazia, il 10 settembre, mentre Zara veniva presidiata dai tedeschi, a Spalato ed in altri centri entravano i partigiani. Vi rimasero sino al 26 settembre, sostenendo una battaglia difensiva per impedire la presa della città da parte dei tedeschi. Mentre si svolgevano quei 16 giorni di lotta, fra Spalato e Traù i partigiani soppressero 134 italiani, compresi agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie carcerarie ed alcuni civili.
Secondo le stime più attendibili, le vittime del periodo settembre-ottobre 1943 nella Venezia Giulia, si aggirano sulle 600-800 persone. Alcune delle uccisioni sono restate impresse nella memoria comune dei cittadini per la loro efferatezza: tra queste sono Norma Cossetto, don Angelo Tarticchio[19], le tre sorelle Radecchi (Fosca di 17 anni, Caterina di 19, Albina di 21 anni e in gravidanza). Norma Cossetto ha ricevuto il riconoscimento della medaglia d'oro al valor civile.
L'occupazione tedesca [modifica]
La sera stessa dell'armistizio era stata proclamata l'annessione allo Stato Indipendente di Croazia del Governatorato di Dalmazia, compresa Zara[20]. I partigiani Iugoslavi assunsero il controllo di molti centri della costa.
La Dalmazia fu occupata militarmente dai tedeschi, mediante la famigerata 7ª SS-Gebirgsdivision "Prinz Eugen". La 77a divisione fanteria italiana Bergamo, di stanza a Spalato e precedentemente impegnata per anni proprio nella lotta antipartigiana, in quel frangente appoggiò in massima parte i partigiani e combatté in condizioni psicologiche e materiali difficilissime contro le truppe germaniche, fra le quali la famigerata Divisione della Waffen SS Prinz Eugen, nonostante l'atteggiamento aggressivo e poco collaborativo dei partigiani titini, guidati dal dottor Ivo Ribor; dopo la capitolazione ordinata dal generale Becuzzi, comandante della Bergamo e della piazza di Spalato, molti ufficiali italiani furono uccisi in quello che è noto come il massacro di Trily[21]. La Dalmazia fu annessa allo Stato Indipendente di Croazia. Tuttavia Zara, restò - seppur sotto il controllo tedesco - sotto la sovranità della RSI, fino alla occupazione jugoslava dell'ottobre 1944.
Per assumere il controllo della Venezia Giulia, della provincia di Lubiana e della i Dalmazia i tedeschi lanciarono l'Operazione Nubifragio (Operazione Wolkenbruch). L'offensiva ebbe inizio nella notte del 2 ottobre 1943, sotto al comando del generale delle SS Paul Hausser. Furono impiegate la SS-Division "Leibstandarte SS Adolf Hitler", la succitata 7ª SS-Gebirgsdivision "Prinz Eugen", unità della 162ª divisione turkmena (162ª Turkmenische Infanterie-Division), la 24ª Panzer-Division e la 44ª Reichs-Grenadierdivision, la 71ª Infanterie-Division, oltre che ridotte unità fasciste repubblicane (da poco ricostituite). I nazifascisti penetrarono nell'Istria con tre colonne, precedute da forti bombardamenti aerei, raggiungendo in pochi giorni tutte le principali località, spesso accolti con sollievo dalla popolazione. I reparti partigiani furono annientati e costretti alla fuga verso l'interno. Nuclei della resistenza cercarono di rallentare i tedeschi con imboscate, colpi di mano e agguati. Questi reagirono colpendo la popolazione civile, anche di etnia italiana, con fucilazioni indiscriminate, violenze, incendi di villaggi e saccheggi. L'operazione Wolkenbruch si concluse il 9 ottobre con la conquista di Rovigno. Il sistematico rastrellamento dell'Istria andò avanti per tutto il mese di ottobre, furono colpiti con brutalità non solo il movimento partigiano, ma anche civili di tutte le etnie. Le vittime (partigiani, fiancheggiatori, ma soprattutto civili innocenti) furono circa 2.500.[22] Il territorio di Gorizia, fu teatro di un'eroica resistenza all'invasione nazista.
Le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana furono di fatto annesse al Terzo Reich, andando a costituire la "Zona d'operazioni del Litorale adriatico". Per un breve periodo (1943-1945) fu posta sotto l'amministrazione militare tedesca (di fatto un'annessione) e inclusa nel Governatorato dell' Adriatisches Küstenland ("Litorale Adriatico") che a sua volta venne posto sotto il diretto controllo di Friedrich Rainer, Gauleiter della Carinzia.
I ritrovamenti dell'autunno 1943 [modifica]
Con l'espulsione dei partigiani divenne possibile eseguire varie ispezioni nella foibe, dove furono rinvenuti i resti di numerosi cadaveri. Il compito di ispezionare le foibe fu affidato al maresciallo dei Vigili del Fuoco Arnaldo Harzarich di Pola, che condusse l'indagini da ottobre a dicembre del 1943.
La propaganda fascista diede ampio risalto a questi ritrovamenti, che suscitarono una forte impressione. Fu pertanto in questo periodo che il concetto di foiba fu associato agli eccidi. Paradossalmente, l'enfasi data ai ritrovamenti alimentò il mito del "barbaro slavo", contribuendo a creare il clima di terrore che favorì il successivo esodo.
Odilo Globocnik SS- und Polizeiführer dell'Adriatisches Küstenland
Dalmazia 1944 [modifica]
Veduta di Zara distrutta dai bombardamenti (Molo di Riva Nuova)
Ulteriori eccidi si ebbero nel corso dell'occupazione delle città dalmate dove risiedevano comunità italiane.
Terribile fu la sorte di Zara, ridotta in rovine dai bombardamenti, che causarono la morte e la fuga della maggior parte dei suoi abitanti. La città fu infine occupata dagli Iugoslavi l'1 novembre 1944: si stima che il totale delle persone soppresse dai partigiani in pochi mesi sia di circa 180.[23]
Fra gli altri furono uccisi i fratelli Nicolò e Pietro Luxardo (industriali, produttori del celebre liquore maraschino): secondo alcune testimonianze Nicolò fu annegato in mare[8][9]. Quella dell'annegamento in mare legati a macigni è una pratica di cui sono state date varie testimonianze [24], tanto da divenire nell'immaginario popolare la "tipica" modalità di esecuzione delle vittime zaratine, similmente alle foibe in Venezia Giulia.
Gli eccidi a Trieste e in Istria [modifica]
Nella primavera del 1945 la IV Armata jugoslava, puntò verso Fiume, l'Istria e Trieste. L'obiettivo era di occupare la Venezia Giulia prima dell'arrivo degli alleati e si trascurò allo scopo di occupare le due capitali (Zagabria e Lubiana), lasciandole in mano germanica. Il 20 aprile 1945 le formazioni partigiane raggiunsero i confini della Venezia Giulia. Tra il 30 aprile ed il 1° maggio le formazioni del IX Korpus sloveno occuparono l'Istria, Trieste e Gorizia.
Il nuovo regime si mosse in due direzioni. Le autorità militari avevano il mandato di ristabilire la legittimità della nuova situazione creatasi con operazioni militari di occupazione. L'OZNA, la polizia segreta jugoslava, invece, operava nella più totale autonomia. Il compito della stessa era quello di arrestare i componenti del CLN e delle altre organizzazioni antifasciste italiane nonché tutti coloro che avrebbero potuto opporsi alla futura annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia, rivendicando l'appartenenza della stessa all'Italia.
A partire dal maggio del 1945, quindi, massacri si verificarono in tutta la Venezia Giulia (Trieste, Gorizia, Istria e Fiume). A Gorizia e Trieste (occupate dal 1° maggio), i massacri cessarono con l'arrivo degli alleati il 12 giugno: si riscontrò l'uccisione di diverse migliaia di persone, molte delle quali gettate vive nelle foibe.
I baratri venivano usati per l'occultamento di cadaveri con tre scopi: eliminare gli oppositori politici e i cittadini italiani che si opponevano (o avrebbero potuto opporsi) alle politiche del Partito Comunista Jugoslavo di Tito; dominare e terrorizzare la popolazione italiana delle zone contese ed in qualche caso vendicarsi di nemici personali, magari per ottenere un immediato beneficio patrimoniale.[25]
Gli scritti dell'allora sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, nonché alcuni documenti inglesi riportano che molte migliaia di persone sono state gettate nelle foibe locali riferendosi alla sola città di Trieste e alle zone limitrofe, non includendo dunque il resto della Giulia, dell'Istria (dove si è registrata la maggioranza dei casi) e della Dalmazia. In possesso di queste informazioni il Governo De Gasperi nel maggio 1945 chiese ragione a Tito di 2.500 morti e 7.500 scomparsi nella Venezia Giulia. Tito confermò l'esistenza delle foibe come occultamento di cadaveri e i governi iugoslavi successivi mai smentirono.
Don Francesco Bonifacio
Fra le vittime si ricordano i politici Licurgo Olivi del Partito Socialista Italiano e Augusto Sverzutti del Partito d'Azione, che non si sa ancora quando fu ucciso e se il suo cadavere fu infoibato.[26] Di nuovo si verificarono uccisioni efferate, come quella di Don Francesco Bonifacio, torturato e gettato in una foiba; ritenuto martire "in odium fidei", dalla Chiesa, è stato beatificato nel 2008.
Gorizia e provincia [modifica]
Con l'arrivo dei partigiani jugoslavi anche a Gorizia iniziarono le repressioni che toccarono l'apice fra il 2 e il 20 maggio. Migliaia furono gli arresti e gli scomparsi non solo tra gli italiani, ma anche tra tutti coloro che si opponevano al regime comunista di Tito
Le autorità slovene a marzo del 2006 hanno consegnato al sindaco di Gorizia un elenco di 1.048 deportati dalla provincia di Gorizia, dei quali circa 900 non hanno fatto più ritorno. Secondo il presidente dell'Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota, questa lista sarebbe ancora grandemente incompleta.[27][28][29][30][31]
Tra gli sloveni uccisi vanno ricordati: Ivo Bric di Montespino (Dornberk), antifascista cattolico ucciso con la famiglia il 2 luglio 1943, Vera Lesten di Merna, poetessa e antifascista cattolica, uccisa nel novembre del 1943, la famiglia Brecelj di Aidussina (il padre Anton, le figlie Marica e Angela e il figlio Martin) uccisa nel luglio del 1944. Tra i sacerdoti uccisi (e spesso infoibati) dai comunisti vanno ricordati: don Alojzij Obit del Collio (scomparso nel gennaio 1944), don Lado Piščanc e don Ludvik Sluga di Circhina (uccisi con altri 13 parrocchiani sloveni nel febbraio del 1944), don Anton Pisk di Tolmino (scomparso e probabilmente infoibato nell'ottobre 1944), don Filip Terčelj di Aidussina, sequestrato dalla polizia segreta il 7 gennaio 1946 e successivamente scomparso, e don Izidor Zavadlav di Vertoiba, arrestato e fucilato il 15 settembre 1946. Un caso a parte rappresenta la sorte di Andrej Uršič di Caporetto, giornalista antifascista e anticomunista sloveno, ex membro del TIGR e co-fondatore dell'Unione Democratica Slovena in Italia, sequestrato dalla polizia segreta jugoslava nel 31 agosto del 1947, sottoposto a sevizie, probabilmente ucciso nell'autunno del 1948, e il suo cadavere gettato in una delle foibe della Selva di Tarnova.
Fiume [modifica]
Particolarmente violenta fu la caccia ai pochi autonomisti fiumani, dei quali una buona parte fu schiettamente antifascista. Essendo la corrente autonomista particolarmente forte in città e temendo il loro intervento contro la cessione della sovranità alla Jugoslavia, i partigiani uccisero nelle prime ore di occupazione della città i vecchi capi autonomisti Mario Blasich (infermo da anni, venne strangolato nel suo letto), Giuseppe Sincich e Mario Skull. In contemporanea, venne fatto resuscitare il vecchio giornale autonomista La Voce del Popolo, il quale si scatenò in una violentissima campagna di denuncia proprio degli autonomisti, accomunati ai fascisti.
Toccante fu la storia di Angelo Adam, autonomista ebreo fiumano italiano. Già deportato a Dachau e miracolosamente salvatosi, al ritorno in città venne eletto nei comitati sindacali aziendali, che fra i mesi di luglio e dicembre 1945 videro impegnate le intere maestranze cittadine, su impulso del Partito Comunista Croato. Inaspettatamente, queste elezioni videro il trionfo delle componenti autonomiste, che ottennero oltre il 70% dei seggi. In procinto di partire per Milano per incontrare i componenti del CLNAI, Angelo Adam venne arrestato, così come in immediata successione la moglie Ernesta Stefancich e il giorno dopo la figlia minorenne Zulema Adam, recatasi presso le autorità per chiedere informazioni sulla sorte dei genitori. Di nessuno dei tre si ebbero più notizie.
Tra i politici furono uccisi i senatori fiumani Icilio Bacci e Riccardo Gigante che non si erano macchiati di crimini. In anni recenti vicino alla località di Castua è stata individuata la fossa dove riposano i resti di Gigante, ma risulta difficile il loro recupero.
Il numero di italiani sicuramente uccisi dall'entrata nella città di Fiume delle truppe jugoslave (3 maggio 1945) fino al 31 dicembre 1947 è di 652, a cui va aggiunto un altro numero di vittime non esattamente identificabile per mancanza di riscontri certi. [32]
Cause occasionali [modifica]
« ....già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell'autunno del 1943, si intrecciarono "giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento" della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una "pulizia etnica". »
(Discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del "Giorno del ricordo". Roma, 10 febbraio 2007[33])
Il massacro delle foibe fu allo stesso tempo una conseguenza dei rancori sviluppatisi fra contrapposte nazionalità e uno strumento di repressione violenta operato da un regime antidemocratico.
Tale punto di vista è condiviso anche dalla "Commissione storico-culturale italo-slovena", istituita nel 1993. Nella relazione finale, edita nel 2000, si afferma infatti:
« Paragrafo 11 - Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l'impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell'avvento del regime comunista, e dell'annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L'impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l'animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani. »
Jacquerie [modifica]
I massacri del 1943 e del 1945 ebbero una componente di insofferenza nei confronti del regime fascista e nei confronti dell’Italia in quanto tale. Quest'ultima aveva le sue radici nelle vecchie contrapposizioni nazionali, preesistenti all'italianizzazione fascista (che tuttavia le esacerbò). I rapporti degenerarono ulteriormente a causa dell'invasione della Jugoslavia.
Parte dei massacri avvennero quindi nel contesto di una "jacquerie", ossia di un'insurrezione spontanea dei ceti popolari jugoslavi, esasperati dalla guerra e dalla repressione e in cui molti colsero anche l'opportunità di portare avanti vendette personali. Questa jacquerie si rivolse non solo verso i rappresentanti del regime fascista, ma anche verso gli italiani in quanto tali.[34] Nell'immaginario popolare jugoslavo dell'epoca si tendeva, infatti, a far coincidere i concetti di "italiano" e di "fascista"; uno stereotipo che ancor oggi è diffuso.[35]
Violenza di Stato [modifica]
Aleksandar Ranković, Tito e Milovan Đilas
« "...ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: ci furono manifestazioni con striscioni e bandiere". Domanda: "Ma non era vero?" "Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d'ogni tipo. Così fu fatto." »
(Da un'intervista a Milovan Gilas, "Panorama" di Fiume, 21 luglio 1991)
Le esecuzioni di massa contro le popolazioni italiane furono uno strumento di repressione politica ed etnica[36], organizzato in vista dell'annessione alla Jugoslavia di tutta la Venezia Giulia (incluso Trieste e il Goriziano[37]). Si intendevano inoltre eliminare gli oppositori (reali o presunti) del regime comunista, ed è in quest'ottica che furono eliminati anche cittadini di etnia slovena e croata.
In vista dell'annessione era comunque necessario reprimere le classi dirigenti italiane (compresi antifascisti e resistenti), per eliminare ogni forma di resistenza organizzata.
Questo aspetto era determinante a Gorizia e Trieste, la cui annessione non era certa. Tito, pertanto, fece il possibile per occupare Trieste e Gorizia prima di ogni altra forza alleata, per assicurarsi una posizione di forza nelle trattative. Neutralizzati i vertici italiani, tentò di far apparire che gli jugoslavi fossero la maggioranza assoluta. La composizione etnica sarebbe infatti stata un fattore decisivo nelle conferenze che sarebbero seguite nel dopoguerra e, per questo motivo, la riduzione della popolazione italiana sarebbe stata essenziale.[38]
Ruolo del comunismo [modifica]
« ... le "foibe" [...] sono state una variante locale di un processo generale che ha coinvolto tutti i territori i cui si realizzò la presa del potere da parte del movimento partigiano comunista jugoslavo ... »
(Raoul Pupo)
Aspramente discusso è il ruolo che comunismo e comunisti ebbero nella vicenda, enfatizzato o minimizzato a seconda del contesto politico.[39] Gli eccidi ebbero, infatti, anche lo scopo di eliminare i possibili oppositori del costituendo regime[40] e furono uno dei tanti eccidi che caratterizzarono la presa del potere del comunismo Iugoslavo.[41] Fra questi è rimasto tristemente celebre il massacro di Bleiburg. Una repressione di tale entità sarebbe stata difficilmente praticabile da parte di un governo democratico, un regime totalitario, come quello del comunista di Tito, poté invece attuarla con facilità.
Il comportamento dei comunisti jugoslavi fu influenzato anche dal clima di estrema violenza che caratterizzò la guerra nel teatro jugoslavo, frammentato in molte fazioni etnico-politico-religiose, che condussero una guerriglia cruenta e crudele[42] (si pensi solo al comportamento degli ustascia croati).
Responsabilità del comunismo italiano [modifica]
Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano. Le sue posizioni sulla questione giuliano-dalamata sono controverse.
« Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.[43] »
(Piero Montagnani su "L'Unità" - Organo del Partito Comunista Italiano, Edizione dell'Italia Settentrionale - Anno XXIII - N. 284, Sabato 30 novembre 1946)
Il P.C.I. non ebbe responsabilità dirette sul massacro; tuttavia acconsentì a lasciare la Venezia Giulia e il Friuli orientale sotto il controllo dei partigiani di Tito, avallando implicitamente l'espansionismo jugoslavo. Fu per questo motivo che ordinò ai propri combattenti partigiani nella regione di porsi sotto comando jugoslavo (fu in questo contesto che maturò il celebre eccidio di Porzûs).[44]
Terminato il conflitto molti militanti comunisti italiani collaborarono con i comunisti jugoslavi e molti si resero complici dei massacri. Va detto che le scelte dei comunisti italiani (spesso tacciati di "tradimento") furono coerenti al loro internazionalismo, secondo il quale l'affermarsi del comunismo era un valore superiore a quello di patria e di nazione. Coerenti a questo ideale giunsero anche ad auspicare la formazione di una settima repubblica federativa jugoslava, di carattere italiano, comprendente Trieste, Monfalcone e il Friuli orientale. Negli anni successivi furono tuttavia molti gli ex partigiani e i militanti a prendere la via dell'esodo, dopo aver sperimentato il volto nazionalista e repressivo del comunismo jugoslavo.[45][46]
Negli anni successivi il P.C.I. contribuì a dare una visione alterata degli avvenimenti, volta a minimizzare e a giustificare le azioni dei comunisti jugoslavi.[47] Di questo atteggiamento ne fecero le spese i profughi, ai quali fu ingiustamente cucita addosso l'odiosa nomea di "fascisti in fuga"[48] (vedi Treno della vergogna).
A tutt'oggi, come si dice avanti, è diffuso in taluni ambienti comunisti e post-comunisti un atteggiamento che tende a minimizzare e a giustificare gli eccidi.
Modalità delle esecuzioni [modifica]
Nelle foibe sono stati gettati molti dei cadaveri delle persone eliminate dai partigiani jugoslavi. Le vittime civili e militari sono state fucilate e gettate in foiba. In alcuni casi, come è stato possibile documentare, furono precipitate nell'abisso non colpite o solo ferite [49].
Sebbene quest'ultima modalità di esecuzione fosse, come già detto, solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei partigiani di Tito[50], nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro.
In realtà la maggior parte delle vittime, date per infoibate, sono stati inviate nei campi di concentramento jugoslavi dove molte furono uccise o morirono di stenti o malattia.
Tra i caduti figurano membri del Partito nazionale fascista, ufficiali e funzionari pubblici, parte dell’alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo, sia al fascismo (tra cui compaiono numerosi capi di organizzazioni partigiane anti-fasciste) sloveni e croati anti-comunisti, collaboratori e nazionalisti radicali e semplici cittadini.
Numero delle vittime [modifica]
Nel dopoguerra e dopo, non furono mai effettuate stime scientifiche del numero delle vittime, che venivano usualmente indicate in 15.000 (e talvolta 20.000). Studi rigorosi sono stati effettuati solo a partire dagli anni '90. Una quantificazione precisa è impossibile, vi è infatti una generale mancanza di documenti, che spesso non furono nemmeno emanati dalle autorità jugoslave. Il governo jugoslavo(e successivamente quello croato) non ha inoltre mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi.Gli studi effettuati valutano il numero delle vittime come compreso tra le 5.000 e le 11.000.[51][52]
Foibe e politica [modifica]
« ... va ricordato l'imperdonabile orrore contro l'umanità costituito dalle foibe (...) e va ricordata (...) la "congiura del silenzio", "la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell'oblio". Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell'aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell'averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali. »
(Discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del "Giorno del ricordo". Roma, 10 febbraio 2007)
L'oblio del dopoguerra [modifica]
La vicenda nel dopoguerra è stata a lungo trascurata per i convergenti interessi di governo e opposizione. [53]
Secondo lo storico Gianni Oliva da parte dei partititi di governo vi fu la rottura tra Tito e Stalin avvenuta nel 1948, che spinse a ristabilire rapporti meno tesi con la Jugoslavia, in funzione antisovietica (si era agli inizi della guerra fredda). Inoltre molti militari fascisti commisero in Jugoslavia reati di guerra per i quali non furono mai perseguiti. Da parte dell'opposizione comunista si voleva nascondere la subordinazione politica del PCI alle esigenze del comunismo internazionale e alle spinte nazionaliste di Tito.
La memoria degli avvenimenti rimase per lo più ristretta nell'ambito degli esuli e di commemorazioni locali. Solo una parte della destra ha sostenuto le ragioni delle vittime, sia pure strumentalizzandole in funzione anticomunista ed esagerando il loro numero.
Lo "sdoganamento" della vicenda [modifica]
Fu solo a partire dai primi anni '90, a seguito dei dibattiti provocati dal crollo del comunismo in Europa, che il tema delle foibe uscì dall'oblio e cominciò a essere discusso nei mass media. Anche su iniziativa degli ex comunisti, si è fatta luce su questi episodi, che hanno cominciato ad essere ufficialmente ricordati.
Dal 2005 la giornata del 10 febbraio è dedicata alla commemorazione dei morti e dei profughi italiani. La data del 10 febbraio ricorda il trattato di Parigi siglato nel 1947 che assegnò alla Jugoslavia il territorio occupato nel corso della guerra dall'armata di Tito.
In tale occasione fu trasmessa da Rai Uno la controversa "fiction" Il cuore nel pozzo prodotta dalla RAI e liberamente ispirata alle stragi delle foibe. La trasmissione ebbe un vasta audience[54] e suscitò numerose polemiche per l'approssimazione con cui veniva trattato il contesto storico della vicenda[55]
Le strumentalizzazioni politiche [modifica]
I dibattiti sulle foibe sono stati (e tuttora sono) soggetti a strumentalizzazioni politiche, che hanno avuto sull'opinione pubblica italiana un impatto maggiore rispetto alle ricerche storiche. Le opinioni del pubblico tendono di conseguenza ad allinearsi su posizioni coerenti alle proprie idee politiche e che pongono l'enfasi sul ruolo del comunismo.
In ambienti di destra si afferma che vi fosse la pura e semplice volontà, da parte dei partigiani jugoslavi, di operare una pulizia etnica, terrorizzando gli italiani e facendoli fuggire dei territori occupati. Si sostiene che le foibe siano un crimine del comunismo (spregiativamente chiamato "barbarie slavocomunista") e che l'esodo fu pulizia etnica eseguita a freddo, dopo un genocidio di cittadini inermi che avevano la "sola colpa di essere italiani".[56] Il numero delle vittime viene esagerato.
A sinistra è diffuso un atteggiamento "giustificazionista" e "riduzionista" (con frange addirittura "negazioniste")[57] che contesta il numero delle vittime delle foibe correggendolo al ribasso e che sostiene che le uccisioni fossero per lo più limitate a esponenti fascisti, sia militari che civili, che avevano commesso crimini o che fossero ritenuti responsabili di crimini di guerra durante la seconda guerra mondiale in Jugoslavia. Secondo queste tesi la reazione alle brutalità fasciste fu la causa principale (se non l'unica) che ha provocato la successiva reazione, che portò in un secondo momento alla pulizia etnica organizzata.[58]
La polemica sul primo utilizzo delle foibe [modifica]
La Foiba di Pisino, dove si inabissa l'omonimo torrente[59]. Ad essa si riferiva Giuseppe Cobolli Gigli in un suo discorso (e non pertanto alle "foibe" in generale.)
Alcuni ambienti, fra quelli che propendono a considerare le foibe come una pura e semplice "risposta" alla violenza fascista, hanno cercato di recente, di attribuirne al fascismo la primogenitura, che le avrebbe usate per eliminare i cadaveri di oppositori sloveni e croati.[60][61] Tale affermazioni sono basate sui discorsi del gerarca fascista Giuseppe Cobolli Gigli, che proclamò: "La musa istriana ha chiamato Foiba[62] degno posto di sepoltura per chi nella provincia d’Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell’Istria".[63][64] Tale tesi è stata resa popolare da intellettuali come Giacomo Scotti[65] e Predrag Matvejević e in seguito ripresa da numerosi ambienti di sinistra o vicini all'ANPI.
Non vi è tuttavia nessun riscontro, sul fatto che tale minaccia sia state effettivamente attuata. Difatti l'unica testimonianza è una lettera di pubblicata sul quotidiano triestino Il Piccolo il 5 novembre 2001[66], che parla di massacri compiti dai fascisti e dell'occultamento dei cadaveri in alcune foibe. Tale testimonianza non ha trovato nessuna conferma e suscita forte scetticismo, così come altre affermazioni contenute nella lettera. Non si vede inoltre il nesso con i proclami di Cobolli, avvenuti ben 20 anni prima.
Lo storico Raoul Pupo non esclude a priori l'uso delle foibe da parte dei fascisti, ma non la ritiene validamente documentata, e osserva che il regime fascista non aveva alcun motivo per nascondere le proprie condanne a morte, e che, viceversa, fece di tutto pubblicizzare le esecuzioni promulgate dal Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.[67][68] In ogni caso non appare esserci alcuna nesso diretto fra il possibile uso delle foibe da parte dei fascisti e il loro successivo uso da parte dei partigiani titini.
Il procedimento giudiziario [modifica]
Nel 1992 è stato istituito un procedimento giudiziario in Italia contro alcuni dei responsabili dei massacri ancora in vita.[69] Tali inchieste furono giustificate dal fatto che all'epoca la Venezia Giulia era ancora ufficialmente sotto sovranità italiana; inoltre i crimini di guerra non sono soggetti a prescrizione. Partite dalla denuncia di Nidia Cernecca[70], figlia di un infoibato, videro come principali imputati i croati Oscar Piskulic e Ivan Motika. L'inchiesta fu istituita dal pubblico ministero Giuseppe Pittitto. Nel 1997 diversi parlamentari sollecitarono il governo affinché avanzasse richiesta di estradizione per alcuni degli imputati.[71] Il procedimento si è concluso con un nulla di fatto: nel 2004 fu infatti negata la competenza territoriale dei magistrati italiani.
Anche in questa occasione fiorirono le polemiche: fra le altre cose Pittitto fu accusato di volere imbastire un "processo alla resistenza".
Il punto di vista sloveno e croato [modifica]
La Slovenia ha ufficialmente adottato la relazione di una commissione congiunta italo-slovena che descrive i rapporti italo-sloveni dal 1880 al 1956. Le autorità italiane, pur avendo sostenuto l'operato della commissione, non hanno adottato la relazione, ritenendo inopportuno conferire ad essa uno status di ufficialità che non è compatibile con il principio della libera ricerca[senza fonte].
Il Governo italiano nel 2007, rispondendo ad una interrogazione parlamentare del deputato Cardano, ha precisato che, godendo già la relazione della Commissione bilaterale dello Status di ufficialità, ed essendo passati ormai ben 7 anni dalla sua prima pubblicazione sulla stampa e dal riconoscimento ufficiale del Governo sloveno, non ritiene di pubblicarla perché gode già dello Status di ufficialità.[72]
In Croazia sono diffuse opinioni di carattere riduzionista e si ritiene che i massacri siano stati solo una limitata reazione alle angherie del regime fascista, tanto nel '43 quanto nel '45.
Elenco di foibe [modifica]
In questo elenco sono segnalate foibe e cave nelle quali son stati trovati resti umani o che secondo le testimonianze conterrebbero dei resti umani, dei quali solo una minima parte è stata recuperata[73].
* Foiba di Basovizza (Trieste) monumento nazionale (testimonianze di centinaia di infoibamenti)
* Foiba di Monrupino (Trieste) monumento nazionale (testimonianze di centinaia di infoibamenti)
Mappa delle principali foibe
* Foiba di Barbana
* Foiba di Beca
* Foiba Bertarelli (Pinguente)
* Foiba di Brestovizza
* Foiba di Campagna (Trieste) (assieme alle foibe di Opicina e Corgnale, circa duecento infoibati, i cui corpi non sono stati recuperati)
* Foibe di Capodistria (una commissione slovena fece ispezionare le ottantun cavità con entrata verticale che circondano la città: in diciannove di esse sono stati trovati resti umani. Recuperati cinquantacinque corpi, secondo le testimonianze nella zona furono eliminati centoventi italiani e sloveni di San Dorligo della Valle)
* Foiba di Casserova (vicino a Fiume: tedeschi, sloveni e italiani gettati dentro. Estremamente difficile il recupero)
* Foibe di Castelnuovo d'Istria
* Foiba di Cernizza (due salme recuperate nel 1943)
* Foiba di Cernovizza (Pisino) (testimonianze di circa cento uccisioni)
* Foiba di Cocevie
* Foiba di Corgnale (assieme alle foibe di Campagna e Opicina, circa duecento infoibati, i cui corpi non sono stati recuperati)
* Foiba di Cregli (otto corpi recuperati nel 1943)
* Foiba di Drenchia (presenza di cadaveri della divisione partigiana Osoppo, secondo Diego De Castro)
* Cava di Bauxite di Gallignana (ventitré corpi recuperati nel mese di ottobre del 1943)
* Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia) (circa ottanta morti, secondo le testimonianze)
* Foiba di Gimino
* Foiba di Gropada (trentaquattro persone eliminate con colpo alla nuca il 12 maggio 1945. Corpi non recuperati)
* Foiba di Iadruichi
* Foiba di Jurani
* Cava di bauxite di Lindaro
* Foiba di Obrovo (Fiume)
* Foiba di Odolina
* Foiba di Opicina (assieme alle foibe di Campagna e Corgnale, circa duecento infoibati, i cui corpi non sono stati recuperati)
* Foiba di Orle (un numero imprecisato di corpi recuperati nel 1946)
* Foiba di Podubbo (cinque corpi individuati e non recuperati)
* Foiba di Pucicchi (undici corpi recuperati nel 1943)
* Foiba di Raspo
* Foiba di Rozzo
* Foiba di San Lorenzo di Basovizza
* Foiba di San Salvaro
* Foiba di Scadaicina
* Abisso di Semez (individuati i resti di ottanta/cento persone. Corpi non recuperati)
* Foiba di Semi (Istria)
* Abisso di Semich (un centinaio di corpi individuati ma non recuperati)
* Foiba di Sepec (Rozzo)
* Foiba di Sesana (un numero imprecisato di corpi recuperati nel 1946)
* Foiba di Surani (ventisei corpi recuperati nel 1943)
* Foiba di Terli (ventiquattro corpi recuperati nel 1943)
* Foiba di Treghelizza (due corpi recuperati nel 1943)
* Foiba di Vescovado (sei corpi recuperati)
* Foiba di Vifia Orizi (testimonianze di circa duecento persone eliminate)
* Foiba di Vines (cinquantaquattro corpi recuperati nel mese di ottobre 1943)
* Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova) (secondo le testimonianze, vi sono stati gettati i corpi dei Carabinieri di Gorizia, oltre che di centinaia di sloveni oppositori di Tito)
Voci correlate [modifica]
* Domobranci
* Eccidio di Porzus
* Esodo istriano
* Fiume (Croazia)
* Giorno del ricordo
* Istria
* Il cuore nel pozzo
* Massacro di Bleiburg
* Pregiudizio contro gli italiani
* Pulizia etnica
* Storia della Dalmazia
* Storia di Trieste
Personalità legate alle foibe [modifica]
* Claudia Cernigoi
* Norma Cossetto
* Mafalda Codan
* Francesco Bonifacio
* Josip Broz Tito
Collegamenti esterni [modifica]
* Iperstoria, 8 Settembre 2006 Foibe e Wikipedia, di Jordan Faes (Un articolo sul presente articolo)
* Foibe e Wikipedia, omissis e guerra editoriale Corriere della Sera, 2 febbraio 2006 (Foibe e Wikipedia)
* Le foibe giuliane 1943 - 1945 - Saggio dello storico Raoul Pupo sul tema delle foibe
* Raoul Pupo, Roberto Spezzali Foibe, ed. Bruno Mondadori.
* Sito Le Foibe - Sito ricco di materiale con approfondimenti su temi dibattuti.
* Foibe a cura della Lega Nazionale di Trieste - Sito di denuncia
* Relazione della "commissione storico-culturale italo-slovena" richiesta dai rispettivi ministeri degli esteri
* La verità sulle foibe - Ricostruzione a cura di un periodico on line della storia dell'Istria e delle Foibe 1918-1945.
* Operazione Foibe a Trieste - Relazione di Claudia Cernigoi. Teorie controverse, di ottica riduzionista. L'autrice è stata accusata di negazionismo.
* Storia delle foibe - La strage dimenticata Puntata della trasmissione La Storia Siamo Noi - RAI Educational
* Foibe, condividere la memoria per cancellarla di Adamo Mastrangelo su Resistenze.org (articolo riduzionista)
* Agenzia di stampa ZENIT del 12 febbraio 2006: "Cinquanta sacerdoti tra le vittime delle foibe"
* AestOvest - Luoghi e memorie
Video:
* Campane a morto in Istria - Recupero di corpi dalla foiba di Gropada (filmato storico)
* Lo storico triestino Elio Apih sulle foibe
* Lo storico Roberto Spazzali commenta sul numero degl'infoibati
Bibliografia [modifica]
Nota alla bibliografia [modifica]
S'indicano di seguito dei testi utili per approfondire l'argomento. Si tenga presente che questo argomento è molto discusso e spesso soggetto a condizionamenti politici quindi non tutti i testi seguono un metodo storico canonico o, se lo fanno, comunque hanno come obiettivo la dimostrazione di una tesi. Molti autori non nascondono di essere schierati per una fazione politica piuttosto che per un'altra quindi la neutralità dell'analisi appare fortemente condizionata.
In molti testi, notano alcuni, spesso si discute di argomenti storici secondari come i soli numeri dell'eccidio o delle foibe, mentre si tralasciano argomenti più importanti come le cause e le conseguenze.
Per questo motivo si consiglia un approccio critico a ogni tipo di testo quindi s'invita a operare un confronto prima di giungere a conclusioni personali. Vengono qui indicati, infatti, testi rappresentativi di tutte le visioni e di tutti i punti di vista.
Saggi storici [modifica]
* Claudia Cernigoi, Operazione Foibe - Tra storia e mito, Edizioni Kappa Vu, Udine, 2005
* Mafalda Codan, Diario di Mafalda Codan in : Istituto Regionale per la Cultura Istriana – Unione degli Istriani – Sopravvissuti alle deportazioni in Jugoslavia- Bruno Fachin Editore – Trieste ISBN 88-35289-54-1
* Paolo De Franceschi, Foibe, prefazione di Umberto Nani, Centro Studi Adriatici, Udine 1949
* Jožko Kragelj, Pobitim v spomin: žrtve komunističnega nasilja na Goriškem 1943-1948, Goriška Mohorjeva, Gorizia 2005
* Giancarlo Marinaldi, La morte è nelle foibe, Cappelli, Bologna 1949
* Adamo Mastrangelo, Foibe, ciò che non si dice, Calendario del Popolo, Luglio 2008, Nicola Teti Editore
* Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, Milano 2003, ISBN 88-0448978-2
* Luigi Papo, L'Istria e le sue foibe, Settimo sigillo, Roma, 1999
* Luigi Papo, L'ultima bandiera. Storia del reggimento Istria, L'Arena di Pola, Gorizia 1986
* Eno Pascoli, Foibe: cinquant'anni di silenzio. La frontiera orientale, Aretusa, Gorizia 1993
* Arrigo Petacco, L'esodo. La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, Mondadori, Milano 1999
* Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Rizzoli, Milano 2005
* Franco Razzi, Lager e foibe in Slovenia, E.VI, Vicenza 1992
* Guido Rumici, Infoibati. I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Mursia, Milano 2002
* Giorgio Rustia, Contro operazione foibe a Trieste a cura dell'Associazione famiglie e congiunti dei deportati italiani in Jugoslavia e infoibati, 2000
* Fulvio Salimbeni, Le foibe, un problema storico, Unione degli istriani, Trieste 1998
* Giacomo Scotti, Dossier Foibe, Manni, San Cesario (Le), 2005
* Frediano Sessi, Foibe rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel '43, Marsilio, Venezia 2007.
* Giovanna Solari, Il dramma delle foibe, 1943-1945: studi, interpretazioni e tendenze, Stella, Trieste 2002
* Roberto Spazzali, Foibe: un dibattito ancora aperto. Tesi politica e storiografica giuliana tra scontro e confronto, Lega Nazionale, Trieste 1990
* Roberto Spazzali-Raoul Pupo, Foibe, Bruno Mondadori, Milano 2003
* Roberto Spazzali, Tragedia delle foibe: contributo alla verità, Grafica goriziana, Gorizia 1993
* Giampaolo Valdevit (cur.), Foibe, il peso del passato. Venezia Giulia 1943-1945, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1997
Romanzi [modifica]
* Carlo Sgorlon, La foiba grande, Arnoldo Mondadori, Milano 1992
Note [modifica]
1. ^ Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, Milano, 2003, ISBN 88-0448978-2, pag. 4
2. ^ Gli eccidi compiuti nel 1943 ebbero infatti diversi responsabili.
3. ^ Questi si desumono dall'elenco nominativo parziale delle vittime identificate in appendice a Gaetano La Perna, Pola-Istria-Fiume 1943-1945, Mursia
4. ^ Raoul Pupo Le foibe giuliane 1943-45; "L'impegno"; a.XVI; n. 1; aprile 1996. Consultato il 13 gennaio 2009 «È noto infatti che la maggior parte delle vittime non finì i suoi giorni sul fondo delle cavità carsiche, ma incontrò la morte lungo la strada verso la deportazione, ovvero nelle carceri o nei campi di concentramento jugoslavi.»
5. ^ "L'Adriatico orientale e la sterile ricerca delle nazionalità delle persone" di Kristijan Knez; La Voce del Popolo (quotidiano di Fiume) del 2/10/2002
6. ^ a b Monzali Luciano Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla grande guerra; Editore Le Lettere; 2004
7. ^ Storia dell'Istria (Arcipelago Adriatico)
8. ^ La scomparsa degli italiani in Dalmazia
9. ^ Particolari del martirio della Dalmazia, 1919
10. ^ Storia d'Italia nel periodo fascista Di Luigi Salvatorelli, Giovanni Mira; Pubblicato da G. Einaudi, 1956
11. ^ Francesizzazione dei toponimi dei comuni del Nizzardo
12. ^ Il regime linguistico e la tutela delle minoranze in Francia
13. ^ Sito sui tedeschi del Gottschee, dove si parla delle repressioni subite dalla locale minoranza tedesca.
14. ^ Si trattava di Vladimiro Gortan, Luigi Valencic, Francesco Marusic, Zvonimiro Milos e Ferdinando Bidovec, giustiziati nel settembre 1930
15. ^ Crimini di guerra. Immagini.
16. ^ Si noti tuttavia che fin dall'alba dell'indipendenza, le forze ustascia del neonato Stato Libero di Croazia scatenarono una pulizia etnica atroce nei confronti dei serbi di Craina e Dalmazia e di Slavonia, parte dei quali emigrarono nella Dalmazia italiana e si posero sotto la protezione del Regio Esercito, cfr. Le Operazioni delle unità italiane in Iugoslavia 1941-1943, USSME
17. ^ Cfr. G. La Perna, Pola-Istria-Fiume 1943-1945, Mursia
18. ^ M. Cattaruzza, L'Italia e il confine orientale, Il Mulino, 2007, p. 244
19. ^ [1]Giuseppe Dicuonzo, Nato in Un rifugio, Editrice Uni Service, 2008. ISBN 9788861782396.
20. ^ oltre che Fiume e dell'Istria
21. ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - Ed. Ferni Ginevra 1971 Vol. XII
22. ^ "Gli avvenimenti alla frontiera nord-orientale:l'Alpenvorland e l'AdriatischesKüstenland (1943-45)" di Luciano Luciani, Rivista della Guardia di Finanza, Febbraio 2004.
23. ^ Sul tema, ed in particolare sulla morte di Niccolò e Pietro Luxardo, si veda N. Luxardo De Franchi, Dietro gli scogli di Zara, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1999 ISBN 8886928246
24. ^ [http://xoomer.alice.it/histria/citta/zara/sestiere.htm "Zara un sestiere veneziano". Tratto dal libro "L'esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati" di Padre Flaminio Rocchi
25. ^ Le ragioni della vendetta etnica, relazione di Lucio Toth, presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
26. ^ Articolo de Il Piccolo
27. ^ La Repubblica, 09 MARZO 2006 Quei 1048 nomi riemersi dalle foibe di Paolo Rumiz
28. ^ I 1.048 deportati da Gorizia Articoli vari
29. ^ http://leganazionale.splinder.com/post/7490430/L%E2%80%99Unione+degli+Istriani+inte
30. ^ [2]
31. ^ [3]
32. ^ Società di Studi Fiumani-Roma, Hrvatski Institut za Povijest-Zagreb Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)[4], Ministero per i beni e le attività culturali - Direzione Generale per gli Archivi, Roma 2002. ISBN 88-7125-239-X. Nello studio per ogni vittima individuata nominativamente, sono stati indicati tutti i dati personali conosciuti (nome, cognome, data di nascita, ultimo indirizzo conosciuto ecc.), la data e la causa di morte. Lo studio è ritenuto non esaustivo dagli stessi autori che affermano che lo stesso è da considerarsi "una buona base di partenza per quanti in futuro vorranno cimentarsi in questa difficile problematica", dato che "nessuna ricerca storica di carattere complesso come questa ha mai dato finora una risposta chiara e definitiva" (p. 149). Le tabelle riassuntive sono alla pag. 206.
33. ^ Presidenza della Repubblica, Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del "Giorno del ricorso" Quirinale, 10 febbraio 2007[5]
34. ^ http://www.controstoria.it/foibe.htm Cadono nella rete della ghepeù slava, come ora la chiamano, centinaia di cittadini del gruppo etnico italiano: gerarchi locali, podestà, segretari, ma anche messi comunali, guardie civiche, levatrici, ufficiali di posta, insegnanti, proprietari terrieri, impiegati, sorveglianti, carabinieri e guardie forestali. Nella maggioranza dei casi, se a costoro possono essere mosse delle accuse queste derivano dall'appartenenza a una classe sociale che definiremmo borghese o di avere nutrito idee politiche diverse da quelle degli occupanti. Su tutti comunque pesa la grave colpa di essere italiani. (da "L'esodo - La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia", pag. 57-58)
35. ^ "La nostra è la cronaca di una storia negata annunciata: l’identificazione tout court con il nemico secondo la tragica equazione italiano uguale fascista..."[6]. Articolo da "La Voce del Popolo" (13/11/2006)
36. ^ Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena; Periodo 1941 - 1945. consultato il 11 gennaio 2009 «Influì anche negativamente l'eco degli eccidi di italiani dell'autunno del 1943 (le cosiddette "foibe istriane") nei territori istriani ove era attivo il movimento di liberazione croato, eccidi perpetrati non solo per motivi etnici e sociali, ma anche per colpire in primo luogo la locale classe dirigente, e che spinsero gran parte degli italiani della regione a temere per la loro sopravvivenza nazionale e per la loro stessa incolumità.»
37. ^ Le rivendicazioni di Tito, tuttavia, includevano anche la maggior parte del Friuli, volendo portare il confine al Tagliamento.
38. ^ Paolo Sardos Albertini (2002-05-08). "Terrore" comunista e le foibe - Il Piccolo
39. ^ Arrigo Petacco "L'esodo. La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia"; Editore Mondadori, Milano, 1999, ISBN 9788804458975
40. ^ Vedere il sopra citato "Rapporto della commissione mista italo slovena"; paragrafo 11.
41. ^ Raoul Pupo; "Le stragi del secondo dopoguerra nei territori amministrati dall'esercito partigiano jugoslavo"
42. ^ Raoul Pupo "Le stragi del secondo dopoguerra nei territori amministrati dall'esercito partigiano jugoslavo". consultato il 11 gennaio 2009 «Quella combattuta sui campi di battaglia della Jugoslavia non è stata soltanto una guerra di liberazione, ma anche una terribile guerra civile, in cui – dalle prime stragi ustaša del 1941 in poi – determinazione e orrore hanno sostituito la pietà. Per i prigionieri slavi quindi non c’è scampo: quelli caduti nelle mani dei partigiani vengono fucilati, ma anche quelli che sono riusciti a consegnarsi agli alleati, non per questo hanno trovato la salvezza.»
43. ^ Lega Nazionale. Rassegna di articoli apparsi sulla stampa nazionale nell'immediato dopoguerra
44. ^ Pier Paolo Pasolini sull'Eccidio di Porzûs
45. ^ Guido Rumici, Fratelli d'Istria. 1945-2000: italiani divisi, Mursia, 2001.
46. ^ Arrigo Petacco; "L'esodo. La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia"; Mondadori, Milano, 1999
47. ^ Dossier Foibe ed Esodo, curato da Silvia Ferretto Clementi, Consigliere Regionale della Lombardia.
48. ^ Documento video sul "Treno della Vergogna"
49. ^ Cosa vuol dire "infoibare". consultato il 11 gennaio 2009 «In taluni casi le vittime furono allineate in fila lungo l'orlo della foiba, legati l'un con l'altro con filo di ferro: dopo essere stato ucciso con un colpo alla nuca il capofila precipitava trascinando il resto del gruppo.»
50. ^ Gaetano La Perna, Pola-Istria-Fiume 1943-1945, Mursia, nonché La via dell'Esilio, supplemento a Storia illustrata n° 10, 1997
51. ^ Lo storico Mario Pacor afferma che nelle foibe istriane finirono dopo l'armistizio 400-500 persone, nonché 4.000 italiani furono deportati, dei quali molti furono uccisi dopo procedimenti sommari quindi forse infoibati successivamente. Questi dati fanno riferimento ai documenti dei vigili del fuoco di Pola. La Commissione storica italo-slovena, instaurata dai ministeri degli esteri dei due rispettivi paesi e composta sia da storici sloveni che italiani, ha esaminato i rapporti tra i due Paesi tra il 1880 e il 1956. Il rapporto non approfondisce l'argomento delle foibe, ma indica il numero delle sole esecuzioni sommarie in "centinaia". Questo rapporto non tratta però delle foibe in territorio croato. Lo storico Raoul Pupo indica in circa 5.000 il numero dei morti. Lo storico Guido Rumici stima invece il numero delle vittime in minimo 6.000, cifra che salirebbe però ad oltre 11.000 se si considerano anche tutti coloro che sono scomparsi nei campi di concentramento jugoslavi.
52. ^ Guido Rumici, Infoibati (1943-1945). I Nomi, I Luoghi, I Testimoni, I Documenti, Mursia, 2002. ISBN 9788842529996.
53. ^ Articolo su un sito dell'A.N.P.I.
54. ^ Fiction foibe, record d'ascolti La Repubblica, 8 febbraio 2005
55. ^ La tragedia delle foibe diventa piccola Corriere della Sera, 6 febbraio 2005.
56. ^ Articolo dal Corriere della sera
57. ^ Fabio Andriola La Casta e la Storia, in Storia in rete n° 30 dell'aprile 2008 e www.lefoibe.it
58. ^ Articolo di Nuova Alabarda su "Il cuore nel Pozzo
59. ^ http://www.travel-tourist.com/pazin_it.htm
60. ^ Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Caduti, dispersi e vittime civili dei comuni della regione Friuli Venezia-Giulia nella seconda guerra mondiale, Udine, 1991
61. ^ Claudia Cernigoi Operazione "Foibe" tra storia e mito, Kappa Vu, Udine, 2005
62. ^ Da osservare che Cobolli Gigli, usando la maiuscola per "Foiba", intende riferisi unicamente all'abisso noto come "Foiba di Pisino" e non alle "foibe" in generale.
63. ^ Articolo di Predrag Matvejevic dal quotidiano croato Novi List, che riporta la citazione
64. ^ Articolo di Federico Vincenti tratto dalla rivista dell'Associazione Nazionale Patrigiani d'Italia, nel quale si parla di Cobolli Gigli / Kombol
65. ^ Articolo di Giacomo Scotti, Il Manifesto di venerdì 4 febbraio 2005
66. ^ ANPI-Pianoro L’orrore delle foibe e la verità negata.
67. ^ Articolo di Raoul Pupo
68. ^ [7] Articolo sul processo a Vladimir Gortan, celebratosi a Pola nel 1929
69. ^ Il processo agli infoibatori
70. ^ http://www.nidiacernecca.it/ Nidia Cernecca: sito ufficiale.
71. ^ Interrogazione parlamentare e Atto depositato in senato
72. ^ Camera dei Deputati, Atti Parlamentari, Seduta del' 8/2/2007. consultato il 17 gennaio 2009 «Il Deputato Cardano presenta una interrogazione al Ministro degli affari esteri, al Ministro della pubblica istruzione, al Ministro dell'università, chiedendo nell'interrogazione scritta "... se i Ministri interrogati non ritengano di dover adoperarsi affinché la suddetta relazione italo-slovena e tutti i materiali preparatori della stessa vengano resi pubblici e, per questa via, diffusi nel mondo della cultura e della scuola". Nella risposta scritta il rappresentante del Governo italiano afferma che non si riteneva necessaria una sua pubblicazione ufficiale in quanto il "testo" di tale Relazione è già stato "riconosciuto" dai membri della Commissione congiunta che lo hanno elaborato e inoltre già pubblicato ufficialmente dalla parte slovena nell'agosto 2001. Il rappresentante del Governo italiano, nella risposta scritta, specifica testualmente che "...Tenuto quindi conto anche del lungo tempo trascorso, non appare opportuna una nuova pubblicazione ufficiale della relazione, mentre potrebbe essere utile una sua diffusione nel mondo della cultura e della scuola". Ossia, per le autorità italiane, non si ritiene di dover procedere a una sua "ulteriore" pubblicazione in quanto il testo è già noto ed è già garantita la sua "veridicità". Inoltre se ne consiglia la sua diffusione nel mondo della cultura e della scuola.»
73. ^ Documento riassuntivo dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD
* storia Portale Storia
* guerra Portale Guerra
Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Massacri_delle_foibe"
Categorie: Storia contemporanea europea | Crimini perpetrati durante la seconda guerra mondiale | Storia dell'Italia nella Seconda guerra mondiale | Storia della Venezia Giulia | Storia della Slovenia | Storia della Croazia | Storia della Jugoslavia | Vittime del comunismo | Stragi commesse in Italia | [altre]
"La Politica è una cosa difficile, talvolta terribile, ma tuttavia umana! Anche nella Politica ci deve essere il disgusto, la pulizia! Non ci si può sporcare di fango, nemmeno per un'idea alta!" (Boris Eltsin - "Il diario del Presidente")
Visualizzazioni totali delle visite sul blog "Mitrokhin" dalla sua nascita: 08 Novembre 2007
Classifica settimanale delle news piu' lette sul blog Mitrokhin...
-
Stato Pontificio (Elenco dei Papi) Da Wikipedia , l'enciclopedia libera. (Reindirizzamento da Stato della Chiesa ) Coordinate...
-
Il Cardinale Marcinkus difeso in questi giorni dalla Santa Sede perché sospettato di essere implicato nel rapimento della 15enne Emanuela O...
-
Cristiano Torri cantautore e compositore poliedrico di Carrara (MS), Toscana, ma prevalentemente rock, stupisce con questo brano hard rock/...
-
Documentario storico, di rara ed estrema importanza culturale, sul "milite ignoto" e sul dopo-guerra del '15-'18!!!
Cerca nel blog
Translator (Translate blog entries in your language!)
Post in evidenza
martedì 10 febbraio 2009
Le foibe...
Una storia che la Sinistra Italiana ha sepolto: LE FOIBE!!!
DA WWW.DIGI.TO.IT - GASPARE DAIDONE
Soltanto due settimane fa è stata celebrata in Italia e in tutto il mondo la Giornata della Memoria, dedicata al ricordo della Shoah, una delle pagine più nere della storia dell'umanità, che costò la vita a milioni di ebrei, zingari ed omosessuali. Domani, invece, ricorre un'altra data, nel calendario degli avvenimenti di cui mantenere un degno ricordo, soprattutto come monito per il futuro. Quella che segna il massacro delle Foibe e la perdita di migliaia di vite italiane, una delle più grandi stragi tra quelle consumate durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, in questo caso dall'Armata di Liberazione Popolare della Ex-Jugoslavia.
IL “PERCHE'” DELLE FOIBE
Questa carneficina prende il nome dagli inghiottitoi di natura carsica dove furono rivenuti nell'autunno del 1943 i cadaveri di centinaia di vittime e che in quella regione sono chiamati "foibe". Per estensione il termine "foibe" e il neologismo "infoibare" sono in seguito diventati sinonimi degli eccidi, che furono in realtà perpetrati con diverse modalità. Le origini di questo ignobile massacro sono da rinvenire nelle tesi del nazionalismo croato, che negava l'esistenza della nazionalità italiana in Dalmazia, affermando che dalla presenza dei Veneti in quei territori non potesse discendere l'attribuzione dell'italianità alle genti che li abitavano. Secondo questa visione nazionalista che penetrò in larga parte della popolazione croata, l'Istria, la Dalmazia e la città di Fiume costituivano parte integrante del territorio nazionale a partire dall'Alto Medioevo. Di conseguenza si pensava che invasioni straniere successive avessero italianizzato la popolazione originaria di quei luoghi, che tuttavia dovevano essere considerati croati a tutti gli effetti.
Non bisogna ignorare tuttavia che il massacro compiuto in nome di questa giustificazione etnica non colpì soltanto gli italiani che si trovavano nelle terre di confine tra Italia e Croazia. Le Foibe infatti non risparmiarono cittadini italiani di nazionalità croata o slovena e nemmeno tedeschi e ungheresi che vivevano nella città di Fiume.
PER MANTENERE VIVI I RICORDI
Tanti gli appuntamenti a Torino per ricordare questo triste episodio, che deve invitarci a riflettere su quante e quali atrocità l'uomo possa infliggere ai suoi simili per ubbidire ad un ideale.
Innanzitutto viene presentato domani, nella Sala Conferenze del Museo Diffuso della Resistenza in corso Valdocco 4/A, il libro dal titolo “Dall'impero austro-ungarico alle Foibe. Conflitti nell'area alto-adriatica”, che descrive nei suoi vari aspetti la vicenda della frontiera orientale e include un saggio conclusivo a carattere giuridico sulla condizione del profugo. Nella stessa sala del Museo sarà esposta e rimarrà aperta al pubblico dal 10 al 15 febbraio la mostra “Viaggio in Istria”.
Venerdì 13 febbraio sarà invece l'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” in via del Carmine 13 ad ospitare l'incontro “L'esodo istriano: ricerca e comunicazione”. A Collegno, invece, sarà possibile visitare sino al 14 febbraio nella Sala consiliare della Consulta Regionale la mostra intitolata “L'Istria, l'Italia, il mondo: istriani, fiumani, dalmati a Torino”, a cura di Enrico Miletto.
Fonte: http://www.lastampa.it
FOIBE: Noi non dimentichiamo!!!
Cosa sono stati i 40 giorni di occupazione jugoslava di Trieste alla fine della seconda guerra mondiale.
Piero Delbello - da "40 giorni" - catalogo della mostra fotografica
Fra la fine di aprile e il principio di maggio del 1945 quale era l'aria che si respirava a Trieste, cosa succedeva in Istria? L'avvento delle forze popolari del maresciallo Tito a cosa avrebbe portato? Da quali premesse si partiva? Per arrivare a dove?
L'esame della questione giuliana legata alle vicende della guerra e del dopoguerra è impresa poco semplice e controversa per le connotazioni che qualunque descrizione porta a raggiungere.
Dovremmo pensare al luglio del '43, al settembre, riandare ai tragici fatti seguiti all'armistizio italiano, al dissolvimento dell'ordine, a quelle violenze e a quegli infoibamenti, i cui tristi recuperi delle salme sono ampiamente documentati. Chiederci il perché e il come i fatti sono accaduti. Domandarci se la tesi, da taluni portata avanti, della jaquerie sia effettivamente percorribile, se corrisponde al vero che il dramma delle foibe sia divisibile e, sostanzialmente, distanziabile in due momenti. L'uno, appunto del settembre '43, legato a moto spontaneo popolare volto ad una ribellione dopo anni di soprusi, ovviamente fascisti, l'altro invece legato maggiormente a Trieste e Gorizia più che all'Istria del maggio '45, più pianificato e rispondente ad una volontà "ufficiale di normalizzazione diciamo jugoslava" con le deportazioni e, spesso, il non ritorno.
Dovremmo ancora considerate lo stato delle cose riguardo l'Istria legandoci a quel unico "documento ufficiale", anche questo fra virgolette, che è la dichiarazione di Gilas per cui nel 1946 sarebbe stato mandato, da Tito, con Kardelj in Istria con il compito di indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. "E così fu fatto" disse Gilas.
Ma dovremmo, ancora, andare più indietro, al 1942, a quelle strane presenze, in diversi paesi dell'Istria, di gente non dei luoghi, a quelle testimonianze che raccontano di chi iniziava a manifestarsi con intenzioni violente verso gli italiani dell'Istria.
Dovremmo chiederci se è vero e - di conseguenza - possibile affermare, come ha fatto qualcuno, che le foibe e l'esodo in Istria sono "due fenomeni fra loro piuttosto diversi" (ma cosa significa ciò e a cosa vuole portare tale affermazione?) ma che "congiuntamente sono diventati il simbolo della dissoluzione violenta dell'italianità nei territori giuliani in vario modo caduti sotto il controllo jugoslavo". Fenomeni diversi .... Certo: andare o morire non sono la stessa cosa. Anche se andare è un po' morire. E se restare può significare morire.
Naturalmente, condotti dai se e dai ma quei ma che dicono che prima c'era stato il Fascismo dovremmo entrare in quel meccanismo di cause ed effetti per cui, come ci e stato fatto vedere, il peccato originale è uno e uno soltanto. L'inizio dei mali avrebbe una data precisa da cui non si può transigere. E quello che c'era prima di questa data non ha alcuna rilevanza.
Fatto sta che parlare di fine della guerra, di "liberazione" a Trieste e, più estesamente, nella provincia orientale d'Italia è complesso, contestabile e controverso. Le nostre terre paiono, più che il luogo dei valori assoluti (già sembra difficile accordarsi su questi ...), il luogo dove quei teorici valori assoluti sono anima germinatrice di scontro con valori particolari. Domande complesse dove scelte giuste e scelte sbagliate, fatte partire consuetamente da premesse obbliganti, somigliano più a opinioni che ha dati di fatto. Le semplificazioni non sono solo terribilmente facili: sono argutamente facili.
Fatto sta, ancora, che a Trieste lo scontro bellico "regolare" in qualche modo risolve la sua ultima battuta fra il 29/30 aprile e il 2/3 maggio 1945. Pace e liberazione?
Il confine orientale, a differenza del resto d'Italia, non conobbe una resa dei conti fra aguzzini e perseguiti, fra giusti e sbagliati, fra verità più vere e verità meno accettabili. Le violenze sono facilmente paragonabili alle violenze poiché il prodotto è lo stesso. Ma le motivazioni, che di per sé non possono assolvere mai gli esiti, consentono, però, di seguire i percorsi dei fatti. A Trieste, nell'Istria non c'era da fare l'Italia libera, bisognava essere italiani o qualcosa di diverso. Magari in nome di un ideale che fra patria e nazione premiava l'internazionale. Questo dal punto di vista degli italiani di Trieste. Altro poteva essere il discorso per gli sloveni.
Non ci fu scontro fratricida, nessun fratello nel sangue: come si poteva essere fratelli nel sangue se le delazioni dei fratelli ti uccidevano? E che fratelli erano, se l'illusione rivoluzionaria internazionale avrebbe vissuto la delusione nazionale? Quando la parte italiana si incontra, si confonde, ma nello stesso momento anche si scontra con l'altra parte, non c'è fratellanza. C'è intolleranza, meschinità, violenza. E naturalmente morte. La più brutta. Nel buio, nel silenzio. Di notte.
Per Trieste non ci fu pace. La città conobbe 42 giorni infiniti di nulla. Dove non capivi se l'annullamento fisico contava di più di quello morale. Ed erano la stessa cosa. L'altra Trieste degli sloveni dei dintorni, di chi, pur non sloveno, ci aveva creduto moriva già, in alcune sue parti, durante quei quaranta giorni.
"Trieste Settima repubblica nella federativa jugoslava" e "non è Tito che vuole 1'Istria ma l'Istria che vuole Tito" non erano solo affermazioni di propaganda, ma sarebbero state, per chi aveva quella buona fede, chimeriche illusioni che il tempo - e neanche tanto - avrebbero sconfessato.
Oggi verrebbe da chiedersi quanti di coloro che il 3 maggio festeggiavano per l'annessione di Trieste alla Jugoslavia potrebbero, ragionevolmente, continuare a pensare allo stesso modo. Non solo fra i comunisti, presto disillusi nel loro ideale, ma anche fra gli sloveni di Trieste.
Non fu necessario attendere il '48 per capire che la Jugoslava di Tito non era il paese del bengodi, ma uno stato di polizia, con i campi di internamento, con le deportazioni, con la privazione delle libertà personali, con i lavori coatti, con le purghe, con i ragazzi e le ragazze istriani, che ancora restavano, obbligati a costruire le strade per la grande Jugoslavia, con le sparizioni, con le opzioni negate, con le punizioni e, in molti casi, la morte. Da subito era stato ampiamente chiaro che questa dittatura - poiché queste, ci hanno insegnato, sono le caratteristiche di una dittatura - tendeva i suoi nervi nel controllo incondizionato di tutta la provincia orientale d'Italia, Trieste e Gorizia comprese.
Gli italiani di Trieste tutti, dal 1 maggio al 12 giugno 1945, conobbero terrore, deportazione e morte. Trieste era diventata Jugoslavia già dal primo ordine del giorno emesso dal Komanda Mesta. Nemici erano diventati immediatamente sia i Volontari della Libertà insorti il 30 aprile, sia i finanzieri che in parallelo combatterono contro i tedeschi. E come tali, con facile inganno, furono trattati e sparirono. Nemico era il tricolore italiano, a patto che non avesse l'illusione della stella rossa. E nemici erano tutti coloro che mostrarono il nostro tricolore, quello puro. Se lo ricordano quelli che subito lo esposero alle finestre e ricevettero in cambio le raffiche titine. Se lo ricordano quelli che stavano accanto ai caduti di via Imbriani il 5 maggio. Se lo ricorderebbero i civili che stavano, con le mani legate, in mezzo ai finanzieri e ai militari incolonnati verso la deportazione il 3 maggio. Se lo ricorderebbero se fossero ritornati.
Oggi verrebbe da chiedere ai nostri esuli istriani, fiumani e dalmati, alla nostra gente della zona B, se si stava bene nella jugoslavia di Tito.
Verrebbe da chiedere ai triestini (non solo ai morti del 5 maggio), sloveni compresi, senza neanche tanto senno di poi, come ricordano quei 42 giorni jugoslavi di Trieste.
Verrebbe da chiederlo ai finanzieri e ai militari traditi dagli jugoslavi, deportati da Trieste il 3 maggio e spariti. Verrebbe da chiederlo ai Volontari della Libertà che, come i finanzieri, insorsero in armi il 30 aprile 1945 contro i tedeschi ma, all'arrivo dei titini, dovettero ritornare in clandestinità.
Il lungo e travagliato viaggio delle genti adriatiche, tutte, cela le sue radici in epoche lontane: che paiono più o meno vicine a seconda del punto di vista di chi vuole scriverne. La tradizione del nostro dopoguerra, quella della repubblica nata dalla Resistenza, ha assolutizzato valori e simboli. E, nell'assoluto, è massificante e bello riconoscersi. Oggi, nel nome degli assoluti simbolici, ci siamo, però, scordati i perché della storia. Ci hanno aiutato a farlo. I nostri vecchi sono morti, così i vecchi dei nostri fratelli diversi. Restiamo noi, figli di fratelli diversi fra loro, incapaci di sapere se nostro padre era Caino o Abele, che dovremmo e vorremmo chiederci molte cose. Che dovremmo e vorremmo capire. Ma non è facile. Dovremmo e vorremmo, con quelli che sono ancora di un'altra generazione più fresca rispetto a noi, essere la gioventù d'Europa. Ma non è facile. Perché la memoria è memoria e non deve essere condivisa per forza. Non può essere condivisa se è diversa. Storia e memoria non sono sovrapponibili. Dovrebbero, ma non lo sono.
Piero Delbello - da "40 giorni" - catalogo della mostra fotografica
Fonte: www.lefoibe.it
FOIBE: IO NON SCORDO...10 FEBBRAIO 2009...
LE ORRIDE VORAGINI DEL CARSO
Primavera 1945. Trieste nuovamente «sottoposta a durissima occupazione straniera, subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe, non rinunciando a manifestare attivamente il suo attaccamento alla Patria». Lo proclama un solenne documento dello Stato, firmato da due Presidenti della Repubblica, Luigi Einaudi e Giovanni Gronchi, con il quale è stato concesso alla Città I'oro della massima ricompensa al valor militare.
Il passo citato è indiscutibilmente il più importante e incisivo della motivazione, che pur ne contiene altri di molta rilevanza per il riferimento alle lotte irredentistiche, all'eroismo dei volontari triestini nella Grande Guerra, alla resistenza contro I'«artiglio nazista».
«Le foibe». Un tempo la parola «foiba» apparteneva quasi esclusivamente al linguaggio degli abitanti del Carso, ai geologi, agli speleologi. Oggi è più conosciuta - ma non tanto - a seguito del lugubre significato di orrore e di morte. L'altipiano roccioso del Carso, che si estende su notevole parte della Venezia Giulia, è da paragonarsi ad una immensa groviera. Il suolo è costellato di numerose voragini - ne sono state contate 1700 - che sprofondano per centinaia di metri nelle viscere della terra, spesso percorse dalle acque. Appunto, le foibe, misteriose, impressionanti, impenetrabili. E accanto ad esse cavità di ogni genere, cunicoli, grotte, acque che scorrono fra tortuosi, profondi meandri.
I due fenomeni più spettacolari di questo mondo sotterraneo le celebri Grotte di Postumia e il fiume Timavo. Questo, dopo un percorso in superficie di circa 40 chilometri, si getta negli abissi e prosegue per altrettanti chilometri fino alla profondità di 300 metri, per ricomparire immediatamente in faccia al mare e finire nel golfo di Trieste. Lo ricorda anche il poeta latino Virgilio nell'«Eneide». In complesso, una natura unica, forte di massimo rispetto, ma buona, che purtroppo gli uomini hanno più volte profanata e violentata. E così le foibe sono diventate strumento di martirio e orrida tomba per migliaia di infelici. Ed ecco i fatti.
I PARTIGIANI DI TITO INVADONO TRIESTE
Alla fine dell'aprile 1945 le armate tedesche si arrendono e l'Italia, stremata e straziata, esce dal «tunnel» di una guerra disastrosa, ed esulta per la fine di tante sofferenze e per le prospettive di pace. Non così Trieste, l'Istria, le terre del confine orientale. Su di esse si avventano contro i patti, vide di conquista e di vendetta, le truppe partigiane del maresciallo jugoslavo Tito all'insegna della stella rossa. I neozelandesi, con insipiente imprevidenza degli alti comandi anglo-americani, arriveranno in ritardo e poi staranno a guardare. Trieste, l'Istria, Gorizia precipitano così dalla feroce oppressione nazista nell'altrettanto feroce oppressione slavo-comunista. Ai forni crematori e ai "lagher" della Germania subentrano le foibe e i «lagher» balcanici.
A Trieste, le due invasioni, le due oppressioni, tedesca e jugoslava, nazista e comunista, hanno lasciato segni tremendi: la Risiera e le Foibe, in particolare quelle di Basovizza e di Opicina. Sono le due fosse comuni più grandi e più tragiche esistenti in Italia. Per la Risiera di San Sabba - un antico impianto industriale per la lavorazione del riso, alla periferia della città - passarono migliaia di ebrei e di partigiani di Tito o ritenuti tali, rastrellati dai tedeschi nella regione ed avviati ai campi di sterminio in Germania; molti però furono eliminati fra quelle squallide mura. Oggi la Risiera è classificata «monumento nazionale».
Come detto, alla Risiera, senza soluzione di continuità, si succedettero le foibe, che ingoiarono soprattutto migliaia di italiani. La tecnica di eliminazione nelle foibe era già stata collaudata e praticata dalle bande partigiane di Tito nella prima invasione dell'Istria, dopo l'8 settembre 1943. Le vittime ammontarono a centinaia. Molte salme furono recuperate allorché i tedeschi ricacciarono i partigiani. Quei cadaveri misero in agghiacciante evidenza la crudeltà, la ferocia degli infoibatori: corpi denudati e martoriati, mani legate con il filo di ferro fino a straziare le carni, colpi alla nuca, sevizie orrende di ogni genere.
QUARANTA GIORNI DI TERRORE
Questa tecnica di tortura e di morte venne applicata su più vasta scala anche nell'invasione jugoslava della primavera 1945 a Trieste e altrove. Accanto alle foibe istriane, altre foibe del Carso inghiottirono italiani, tedeschi ed anche sloveni antititini. E alle foibe si aggiunsero le deportazioni per altre migliaia di disgraziati, molti dei quali non conobbero ritorno. Ecco quanto ha scritto sui tragici 40 giorni dell'occupazione, jugoslava Diego De Castro, che fu rappresentante italiano presso il Governo militare alleato a Trieste:
" (...) forse non è inutile ricordare agli altri italiani quali furono gli orrori dell'occupazione jugoslava di Trieste e dell'Istria: gli spari del maggio 1945 contro un corteo di italiani inermi con cinque morti e innumerevoli feriti, le razzie di miliardi di allora nelle banche. nelle società, negli enti pubblici. A tutti i nostri connazionali è ormai nota la lugubre parola foiba e tutti sanno che cosa sono i campi di concentramento."
Sul ciglione carsico, a 9 chilometri da Trieste, sorge la borgata di Basovizza. Nei pressi si apriva il "Pozzo della miniera", oggi meglio conosciuto come "Foiba di Basovizza", divenuta simbolo di tutte le foibe del Carso e dell'Istria, e di tutti i luoghi che videro il martirio e la morte atroce di italiani, sia per il numero delle vittime che ha inghiottito, sia tragicità delle vicende connesse alla strage colà perpetrata.
LA CARNEFICINA AL POZZO DELLA MINIERA
Occorre precisare che questa tristemente famosa voragine non è una foiba naturale, ma, appunto come si accennato sopra, il pozzo di una miniera scavato all'inizio del secolo fino alla profondità di 256 metri, nella speranza di trovarvi il carbone. La speranza andò delusa e l'impresa venne abbandonata. Nessuno allora si curò di coprire l'imboccatura e così, nel 1945, il pozzo si trasformò in una grande, orrida tomba.
Un documento allegato a un dossier sul comportamento delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia durante l'invasione, dossier presentato dalla delegazione italiana alla conferenza di Parigi nel 1941, descrive la tremenda via-crucis delle vittime destinate ad essere precipitate nella voragine di Basovizza, dopo essere state prelevate nelle case di Trieste, durante alcuni giorni di un rigido coprifuoco.
Lassù arrivavano gli autocarri della morte con il loro carico di disgraziati. Questi, con le mani straziate dal filo di ferro e spesso avvinti fra loro a catena, venivano sospinti a gruppi verso l'orlo dell'abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. Molte vittime erano prima spogliate e seviziate.
LE VITTIME E I CARNEFICI
Ma chi erano le vittime? Italiani di ogni estrazione: civili, militari, carabinieri, finanzieri, agenti di polizia e di custodia carceraria, fascisti e antifascisti, membri del Comitato di liberazione nazionale. Contro questi ultimi ci fu una caccia mirata, perchè in quel momento rappresentavano gli oppositori più temuti delle mire annessionistiche di Tito.
Furono infoibati anche tedeschi vivi e morti, e sloveni anticomunisti.
Quante furono le vittime delle foibe? Nessuno lo saprà mai! Di certo non lo sanno neanche gli esecutori delle stragi. Questi non hanno parlato e non parlano. Finora qui non si è alzato alcun Otello Montanari come a Reggio Emilia, ad ammonire i compagni comunisti. D'altra parte è, pensabile che in quel clima di furore omicida e di caos ben poco ci si curasse di tenere la contabilità delle esecuzioni.
Sulla base di vari elementi si calcola che gli infoibati furono alcune migliaia. Più precisamente, secondo lo studioso triestino Raoul Pupo, "il numero degli infoibati può essere calcolato tra i 4 mila e i 5 mila, prendendo come attendibili i libri del sindaco Gianni Bartoli e i dati degli anglo-americani".
Alle vittime delle foibe vanno aggiunti i deportati, anche questi a migliaia, nei lagher jugoslavi, dai quali una gran parte non conobbero ritorno. Complessivamente le vittime di quegli anni tragici, soppresse in vario modo da mano slavo-comunista, vengono indicati in 10 mila anche più. Belgrado non ha mai fatto o contestato cifre. Lo stesso Tito però ammise la grande mattanza.
Per quanto riguarda specificamente le persone fatte precipitare nella Foiba di Basovizza, è stato fatto un calcolo inusuale e impressionante.
Tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage, fu rilevata la differenza di una trentina di metri. Lo spazio volumetrico - indicato sulla stele al Sacrario di Basovizza in 300 metri cubi - conterrebbe le salme degli infoibati: oltre duemila vittime! Una cifra agghiacciante. Ma anche se fossero la metà, questa rappresenterebbe pur sempre una strage immane. A guerra finita!
E i carnefici? lndividui rimasti senza volto. Comunque è ritenuto certo che agirono su direttive deII'OZNA, la famigerata polizia segreta del regime titino, i cui agenti calarono a Trieste con le liste di proscrizione e si servirono di manovalanza locale. Nell'invasione jugoslava di Trieste e di ciò che ne seguì i comunisti locali hanno responsabilità gravissime. In quei giorni le loro squadre con la stella rossa giravano per la città a pestare e ad arrestare. Loro elementi formavano il nerbo della "difesa popolare".
pagine tratte da "Le stragi delle Foibe - due presidenti a Basovizza", Marcello Lorenzini, Trieste 1994, Comitato per le Onoranze ai Caduti delle Foibe.
Fonte: http://www.lefoibe.it/
Curiosità: Pier Paolo Pasolini sulla legge Merlin...
Tratto da "Comizi d'amore", di Pier Paolo Pasolini (1964)
Vox Populi speciale: Giorno del Ricordo Febbraio 2008...
VOX POPULI il blog: Intervista alla professoressa Tramontina sull'eccidio delle foibe. Leggi l'articolo "il coraggio di restare italiani!" su voxpopulisalerno.blogspot.com
Fonte: http://www.youtube.com/user/VoxPopuliSalerno
GIORNO DEL RICORDO
GIORNO DEL RICORDO 2008...
Video del Concerto Letterario del Mitteleuropa Ensemble Chamber Quartet.
Un evento multimediale di musica e poesia.
Musica popolare dell'Istria veneta, canti dell'Esodo e i grandi poeti istroveneti del '900
Mitteleuropa Ensemble Chamber Quartet
La via del Jazz Italiano all'intersezione di popoli e culture dell'Adriatico orientale e Mitteleuropa
Sabrina Sparti, vocal
Laura Bagarella, voce recitante
Mario Fragiacomo, tromba e flicorno
Roberto Favilla jr., pianoforte
Video realizzato da Samuele Fragiacomo per Mitteleuropa Ensemble.
Realizzazione 2008
Ancora ricordiamo un anno dopo...sempre...
IL GIORNO DEL RICORDO DELLE VITTIME DELLE FOIBE!
Fonte: http://www.youtube.com/user/MITTELEUROPAENSEMBL
Chinese Premier Wen Jiabao in China Sichuan Earthquake...
IO STO CON LA CINA!!!
L'America in Europa nell'immediato dopo guerra ha contribuito al finanziamento della ricostruzione con il piano Marshall, considerando la situazione in cui le Nazioni Europee versavano, non credo si possa criticare tale piano anche se poi qualche buon tempone Statunitense nè ha sicuramente approfittato per speculare e fare affari con i politicanti e gli imprenditori locali...l'egemonia Americana in Europa era cominciata da lì!!! Ma oggi con l'Unione Europea di quella egemonia non nè rimane che qualche scampolo....per quanto riguarda il Tibet ribadisco il necessario dialogo tra il Dalai Lama ed il Governo Cinese per trattare una più ampia autonomia ma senza concedere l'indipendenza dalle autorità e dai confini Cinesi!!!
di Alexander Mitrokhin
Wen Jiabao visited Chinatown in London on 31st Jan 2009
La Cina e l'emergenza mussulmana...
di Alberto Rosselli
Lo spirito revanscista che da anni agita il multiforme ed inquieto mondo islamico non soltanto continua a mantenere in allarme l’Occidente (vedi il recente e sanguinoso attentato di Londra), ma coinvolge e destabilizza anche l’apparentemente granitico pianeta Cina, proiettato, almeno sotto il profilo economico, verso un futuro liberista, ma comunque condizionato da un sistema di governo marxista, dispotico, accentratore e schizofrenico: accondiscendente cioè nei confronti della nuova ‘casta’ dei neocapitalisti, ma totalmente contrario a concedere le libertà più elementari al popolo e alle molteplici minoranze etnico-religiose del paese, fomentando – è il caso della numerosa comunità mussulmana – un senso di ribellione che sta tramutandosi in una dura opposizione in parte strumentalizzata da diversi movimenti terroristici mediorientali (1).
L’esecuzione avvenuta pochi mesi fa a Kashi (nel Sinkiang, estremo lembo occidentale della Cina) di nove guerriglieri mussulmani accusati di “sedizione armata”, ha segnato l’ultimo drammatico capitolo di una vasta e assai poco nota rivolta che da anni insanguina questa remota regione percorsa nel Medioevo dalle carovane che collegavano l’Impero Celeste all’Occidente.
Nata in maniera spontanea (ma successivamente appoggiata e finanziata dai movimenti talebani afgani, da alcune frange fondamentaliste legate ad Al Khaida e a Bin Laden e, sembra, dal Sudan e dall’Iran) nel corso del 2002 la ribellione mussulmana ha iniziato ad estendersi, costringendo il governo di Pechino a dispiegare nel Sinkiang - e, più precisamente, nella regione dell’Uighur - quasi 80.000 soldati e decine di migliaia di, agenti e poliziotti, dotati di carri armati, mezzi blindati, armi pesanti, aerei ed elicotteri. Gli Uighur, etnia di religione mussulmana e di lingua turca (gruppo che costituisce il 60% della popolazione dell’intera regione, abitata da 16 milioni di individui), sono stati infatti i primi ad aderire in massa alla sommossa anti-cinese.
Come è noto, dalla fine della Guerra Civile (1949) Pechino vanta, almeno formalmente, e nonostante gravi attriti con Mosca, un totale ed ormai riconosciuto controllo su tutto il Sinkiang, estesa e desolata regione, abitata oltre che dagli Uighur anche da elementi tagiki, kazaki e kirghisi, anch’essi in gran parte mussulmani e tradizionalmente insofferenti sia nei confronti della Russia sia nei confronti della Cina. Nel XVIII e nel XIX secolo il Turkestan orientale (o Sinkiang), il bacino del Tarim e la Zungaria furono teatro di numerose ribellioni islamiche, soppresse nel sangue dagli imperatori celesti e, successivamente, nel XX secolo, la porzione più rilevante di questi popoli, sottomessi con la forza da Mosca, tentò a sua volta di ribellarsi contro il sistema comunista sovietico, dando vita negli anni Venti alla famosa, ma sfortunata ‘Rivolta dei Basmachi’ guidata dall’ex leader ottomano Enver Pasha, fautore e capo del Movimento Panturanico (2).
Ma ritorniamo al presente. Da circa cinquant’anni, nel tentativo di colonizzare con elementi cinesi il Sinkiang, spodestando ed assimilando di fatto gli Uighur, Pechino ha emanato ‘a beneficio’ di questa minoranza numerosi provvedimenti restrittivi della libertà di assemblea e di parola, esercitando sulla regione – forse in maniera ancora più dura di quanto non abbia fatto in Tibet – un controllo poliziesco asfissiante. Controllo che ha indotto i più autorevoli rappresentati del Movimento Islamico Cinese a parlare, per il Sinkiang, di una vera e propria “politica di conquista e di discriminazione nei confronti della popolazione locale di chiaro stampo stalinista, non esente da persecuzioni carcerarie, deportazioni e omicidi”. Nel 1942, l’etnia Uighur costituiva il 78% della popolazione del bacino del Tarim, ma attualmente questa percentuale sembra essere scesa al 48% “proprio e soprattutto a causa delle numerose deportazioni di massa che il governo cinese ha attuato a partire dal 1949”. Già nei primi anni Cinquanta, le continue vessazioni ai quali erano sottoposti avevano costretto circa 20.000 Uighur a fuggire oltre confine e a trovare asilo nelle repubbliche sovietiche confinanti, dove ricevettero però un trattamento non certo migliore. Per tentare di ridurre al minimo la popolazione mussulmana delle regioni occidentali, verso la metà degli anni Settanta, il governo di Pechino intensificò il processo di colonizzazione, trasferendo nel Sinkiang decine di migliaia di contadini cinesi Han, avviando nel contempo una massiccia campagna di sterilizzazione forzata che ebbe come obiettivo le donne Uighur. Ma a rendere ancora più cruciali i rapporti tra cinesi e Uighur furono però i cosiddetti “piani economici popolari” varati negli anni Ottanta che favorirono di fatto lo sviluppo e la crescita economica dell’etnia cinese locale. Il tutto a detrimento dei diritti e della libertà degli Uighur.
Intervistato in proposito, il sindaco di Retina, città situata non lontano da Kashghar, lungo la leggendaria Via della Seta, sostiene che da anni Pechino stia investendo centinaia di milioni di dollari in un grande progetto di irrigazione che consentirà a circa un milione di agricoltori del Sichuan di traslocare nella regione e prendere possesso delle terre mussulmane. (2) “I cinesi ci stanno privando di tutto. Prima Pechino utilizzava le nostre terre per effettuare i suoi esperimenti nucleari (tra il 1965 e il 1999, nella zona del Lop Nor, sono stati fatti esplodere 45 ordigni all’idrogeno, causando l’irradiamento e la morte di non meno di 250.000 Uighur, ndr) ed ora vuole addirittura cacciarci dai nostri campi e dalle nostre abitazioni”.
Ma non è tutto. Come riferiscono esponenti mussulmani, i molti funzionari e burocrati di etnia Han inviati nel Sinkiang per “dirigere e coordinare lo sviluppo della regione” hanno istituito un sistema di gestione del territorio e della sua popolazione estremamente rigido e discriminatorio, escludendo da tutti i centri di potere e decisionali, anche quelli marginali, i membri della comunità Uighur. E tutto ciò, “in nome dello sviluppo armonico della grande e solidale ‘famiglia cinese’,proiettata verso un futuro di pace e di progresso”. Da qui l’ondata delle violente ribellioni che da dieci anni stanno mettendo a soqquadro l’intera Cina occidentale, senza per altro suscitare la benché minima attenzione da parte dell’ONU o dei movimenti pacifisti – soprattutto italiani - evidentemente troppo impegnati a seguire le disavventure di altre minoranze, come quella palestinese. Dal canto loro, le grandi potenze occidentali, probabilmente non molto interessate a mettere il naso negli affari interni del governo di Pechino, già infastidito per le troppe attenzioni concesse, soprattutto dagli Usa, ai tibetani e al loro paese soggiogato e governato con la forza, alla stregua di una colonia, preferiscono – almeno per il momento -tenersi alla larga dall’’emergenza Sinkiang’.
Isolata, ma non certo rassegnata, dall’inizio degli anni Novanta, la minoranza mussulmana del Sinkiang ha imboccato dunque la strada della resistenza, sia passiva che attiva, contro la Cina, organizzando grandi manifestazioni di protesta ed iniziando ad allacciare rapporti con i movimenti fondamentalisti islamici ed attuando anche diversi attentati, il primo dei quali è stato compiuto nella città di Urumqui. Il 25 febbraio 1997, un gruppo di insorti ha, infatti, piazzato ordigni esplosivi su tre autobus, uccidendo 5 persone e ferendone 60. E sempre nel ‘97, nella città di frontiera di Yining migliaia di manifestanti sono scesi in piazza in seguito all’arresto, da parte della polizia cinese, di alcune dozzine di mussulmani accusati di “sovversione ed alto tradimento”. Secondo resoconti clandestini, centinaia di giovani hanno affrontato la polizia, scontrandosi con essa. Poi hanno sfasciato negozi e auto, attaccando ed incendiando uffici pubblici e abitazioni dei cinesi appartenenti all’etnia Han.
Tre giorni dopo le violenze ad Urumuqi, il governo di Pechino ha commentato sinteticamente gli episodi di violenza, sottolineando però “l’assoluta sicurezza della regione, controllata dalle forze di polizia”. Le autorità cinesi hanno addossato la colpa dei gravi disordini di Yining - che hanno provocato diversi morti, centinaia di feriti e alcuni milioni di euro di danni - ad un “minuscolo gruppo di elementi sovversivi mussulmani” accusati di “volere frantumare l’unità della patria”. Versione, quest’ultima, ovviamente, contestata dai capi del Movimento Islamico. “Sono stati i cinesi ad avviare una politica di violenta repressione nei nostri confronti. Noi Uighur combatteremo per la nostra libertà e indipendenza”, ha dichiarato il leader mussulmano Azat Akimbeck testimone – così, almeno egli sostiene - di altre “precedenti, civili manifestazioni, soffocate nel sangue dalla polizia cinese”.
Secondo i resoconti di Akimbeck, nella notte del 4 febbraio 1996, numerosi reparti cinesi della Sicurezza Pubblica circondarono – “senza alcun valido motivo” - il quartiere mussulmano di Yining, effettuando perquisizioni nelle abitazioni e nelle moschee ed arrestando centinaia di religiosi e civili. E il mattino seguente, un migliaio di giovani mussulmani scese per le strade della città protestando per l’accaduto e pretendendo che i capi della polizia comunista riferissero circa il destino delle persone arrestate nella notte. “Si trattò - ha precisato Muhitdin Mukhlisi, uno dei capi del movimento mussulmano di Almaty – di un corteo assolutamente pacifico. Purtroppo, la polizia comunista agì con la forza, pestando ed arrestando alcune centinaia di ragazzi.” Mukhlisi ha ammesso tuttavia che alcuni dimostranti, armati di pietre e bastoni, assalirono un gruppo di poliziotti dotati di fucili a ripetizione, ma non ha spiegato se prima o dopo le cariche degli agenti. Durante i tafferugli almeno una decina di Uighur rimasero uccisi o feriti e così altrettanti poliziotti. Secondo alcuni testimoni occidentali, le forze dell’ordine cinesi utilizzarono gas lacrimogeni e cannoni ad acqua, ma anche armi da fuoco. In seguito a questo scontro, la polizia e l’esercito misero la città in stato d’assedio, chiudendo il vicino confine con il Kazakistan per cinque giorni. I media governativi riferirono della morte, per mano dei rivoltosi, di circa una decina di persone. Anche se, come da copione, i capi del Movimento Islamico in esilio ad Almaty sostennero che la polizia cinese uccise 70 manifestanti, più ad altri 31 successivamente freddati nel cortile della locale caserma di Pubblica Sicurezza.
Un certo numero di capi Uighur della comunità di Almaty è convinto che il governo cinese stia per scatenare una vasta campagna di soppressione e che una particolare direttiva segreta emanata dal partito comunista (documento del Partito Centrale N° 8), contro “il separatismo nazionale e le attività religiose illegali” confermerebbe questa ipotesi. D’altra parte, ricordiamo che nel 1950 la prima Repubblica cinese mussulmana creata nel 1944, venne schiacciata da Mao, e che la successiva promessa di dare vita ad una Regione Autonoma Uighur non fu mai mantenuta né da Mao né dai suoi successori. “Le cosiddette ‘tutele’ contenute nella costituzione cino-comunista relative alla libertà di religione sono soltanto una truffa”, ha dichiarato Babur Makhsut, ex-membro del partito comunista ed ex sindaco mussulmano di Hetian, fuggito nel 1995 in occidente. “In questi ultimi anni – continua Makhsut – in molte città del Sinkiang si sono verificate spontanee sollevazioni da parte della popolazione mussulmana: rivolte che hanno portato all’arresto di circa 3.000 persone”.
Secondo gli scarni e reticenti resoconti ufficiali redatti dalle autorità di Pechino (ed in seguito confermati da esponenti del Movimento islamico), la prima grande insurrezione mussulmana nel Sinkiang sembra essersi verificata nel 1990 a Barin, vicino alla città di Kashghar. Qui, un grosso gruppo di ribelli mussulmani armati occupò per qualche ora il locale municipio, massacrando tutti i funzionari cinesi e proclamando una sorta di auto-governo. Poche ore più tardi, un reparto blindato dell’esercito cinese riconquistò l’edificio, uccidendo almeno 200 rivoltosi. Successivamente, le autorità proclamarono la legge marziale e il coprifuoco. In quell’occasione, Pechino riferì che queste straordinarie misure restrittive si erano rese anche necessarie “per contenere le bande di criminali mussulmani che, attraverso il traffico della droga e il contrabbando di armi, alimentano il Movimento islamico separatista in Cina occidentale”. Accuse, queste, che vennero respinte con decisione dai rappresentanti mussulmani Uighur in esilio. “La loro strategia è quella di impedire agli Uighur di riunirsi e di praticare i più elementari diritti, compreso quello del credo religioso. La verità è che Pechino vuole annientare la nostra comunità” sostiene Babur Makhsut.
Sempre secondo Makhsut, nel luglio 1995, a Hetian, sul confine meridionale del deserto di Takimakan, la polizia cinese cercò di impedire alla comunità mussulmana di assistere al servizio di preghiera del venerdì officiato dall’imam locale, che in seguito fu arrestato con l’accusa di fomentare la rivolta. Secondo l’ex-sindaco della città, Babur Makhsut, fuggito in Occidente, “ad Hetian la polizia cinese uccise una cinquantina di persone e ne ha arrestate non meno di 500”. Ma c’è dell’altro. “Nel 1996, nella città di confine di Aksu, a sud di Yining, migliaia di Uighur sono stati arrestati senza motivo dalla polizia e 20 di questi condannati a morte dai tribunali militari”. Almeno così sostengono i leader mussulmani. Tra il 20 aprile e il 9 giugno 1996 – sostengono altri osservatori - una durissima repressione delle forze dell’ordine cinesi avrebbe portato alla carcerazione di 2.700 Uiughur, anche se rappresentanti di questa minoranza all’estero si è parlato addirittura di 18.000 arresti.
Secondo le ultime notizie provenienti dal Dipartimento degli Esteri statunitense e dalla CIA, attualmente la situazione nel Sinkiang “mussulmano” si sta facendo sempre più pesante e il rigido atteggiamento di Pechino altro non farebbe che renderla ancora più esplosiva. Preoccupati dal progressivo estendersi del fenomeno fondamentalista e da quello del terrorismo internazionale di matrice islamica, gli Stati Uniti (accusati, una decina di anni fa, da Pechino di appoggiare attraverso la CIA gli “indipendentisti islamici”) auspicherebbero, da parte del governo cinese, una politica più attenta, severa, ma anche e soprattutto più saggia, in modo da isolare le cellule rivoluzionarie più estremiste, salvaguardando però l’insieme della popolazione mussulmana del Sinkiang incline per tradizione a professare un credo religioso abbastanza moderato. Staremo a vedere come la Cina saprà gestire un problema che essa, purtroppo, giudica di sua esclusiva competenza, ma che in realtà, e malauguratamente, riguarda, per i suoi risvolti e i suoi inevitabili contraccolpi, l’intero consesso internazionale.
Fonte: http://www.iostoconoriana.it
Londra, scarpa contro il premier Cinese Wen Jiabao...
Mentre Eluana Englaro veniva trasferita alla Clinica medica di Udine dove poi morirà la sera del 9 Febbraio 2009 per volontà umana, il Premier Cinese Wen jabao schivava una scarpa lanciata da uno studente durante una visita all'Università di Cambridge. Protagonista del gesto di protesta appunto fù il primo ministro cinese Wen Jiabao...
DOPO LA MORTE DI ELUANA PDL E PD PIU' VICINI SUL TESTAMENTO BIOLOGICO...
In tarda serata, dopo che la notizia della morte di Eluana Englaro si era diffusa alle 20.10, Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, chiedeva formalmente al governo di sospendere la discussione sul disegno di legge che sarebbe servito per riprendere l'alimentazione e l'idratazione di Eluana. La proposta era quella di riprendere il confronto sul testamento biologico nella Commissione Sanita' di Palazzo Madama.
Il si' a questa ipotesi e' venuto da Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, che pur dicendosi rammaricato per il ritardo parlamentare che in caso contrario avrebbe potuto salvare Eluana, concordava sull'idea di riprendere la discussione sul testamento biologico dopo aver avuto il tempo per lavorare a un testo ampiamente condiviso. ''Se la novita', come appare, e' costituita dalla disponibilita' dell'opposizione a garantire un esame del provvedimento di regolazione della fine vita, penso sia accettabile l'ipotesi di avviare l'esame nelle prossime due settimane con l'impegno che il presidente del Senato voglia garantire un iter certo dei lavori'', ha detto il ministro Sacconi nell'Aula del Senato.
In questo modo si stemperavano le polemiche con le quali era stata accolta la notizia della morte di Eluana Englaro.
Il Pd decideva intanto, in segno di rispetto per la defunta, di rinviare tutte le iniziative pubbliche previste per la giornata di oggi (anche la manifestazione a Roma in difesa della Costituzione a cui avrebbe dovuto prendere parte Oscar Luigi Scalfaro, presidente emerito della Repubblica).
Questa mattina l'Aula del Senato si limitera' a discutere una mozione presentata dalla maggioranza in cui la nutrizione e l'idratazione forzate non sono equiparate al cosiddetto ''accanimento terapeutico''.
Non e' stato facile giungere a questo accordo bipartisan.
Dopo che Renato Schifani, presidente del Senato, aveva chiesto un minuto di silenzio dell'Aula di Palazzo Madama dopo aver appreso la notizia della morte di Eluana Englaro, si era infatti scatenata la bagarre tra maggioranza e opposizione.
''Eluana non e' morta, e' stata ammazzata'', diceva ad esempio Gaetano Quagliariello, vice capogruppo del Pdl. ''Si sta compiendo sulla morte di Eluana l'ennesimo atto di sciacallaggio politico'', replicava Anna Finocchiaro dai banchi del Pd. Il presidente del Senato e' stato percio' costretto a sospendere la seduta per evitare la degenerazione del dibattito in Aula.
A usare parole molto polemiche era anche Maurizio Gasparri: ''E' stata eutanasia''. Il presidente dei senatori del Pdl attaccava anche il capo dello Stato Giorgio Napolitano, che pochi minuti prima aveva raccomandato ''il silenzio che un naturale rispetto umano esige da tutti''. Per Gasparri, invece: ''Questo non e' il tempo del silenzio.
Quando si fara' la storia di questa vicenda peseranno le firme messe e quelle non messe''.
Il riferimento alla mancata firma del presidente Napolitano sul decreto legge messo a punto dal governo venerdi' scorso ha suscitato la ferma reazione di Gianfranco Fini, presidente della Camera: ''Gasparri e' un irresponsabile che dovrebbe imparare a tacere perche' il rispetto per la massima autorita' dello Stato dovrebbe animare chiunque, in particolar modo il presidente del gruppo di maggioranza numericamente piu' consistente''.
Il premier Silvio Berlusconi si limitava a precisare di aver appreso ''con profondo dolore la notizia della morte di Eluana Englaro'' e di avvertire un sentimento di ''grande rammarico per il fatto che sia stata resa impossibile l'azione del governo per salvare una vita''.
''Che il signore l'accolga e perdoni chi l'ha portata a questo punto. se l'intervento umano si fosse rivelato decisivo per la morte di Eluana continuerei a ritenerlo un delitto'', e' stato il commento del cardinale Javier Lozano Barragan, ministro della salute del Vaticano.
C'e' anche uno strascico polemico che riguarda i media.
Enrico Mentana ha annunciato le dimissioni da direttore editoriale di Mediaset perche' ''di fronte a un dramma che scuoteva il paese intero, si e' deciso di non cambiare di una virgola la programmazione di Canale 5''. Mentana ha potuto mandare in onda la sua trasmissione ''Matrix'' solo intorno alla mezzanotte di ieri, dopo la conclusione della puntata di ''Il grande fratello''.
Chi era Eluana Englaro...
E’ sempre stata una ragazza dal caratterino poco malleabile, Eluana, la donna che, nel silenzio del suo stato vegetativo, ha quasi lacerato il sistema istituzionale, messo in crisi i rapporti tra i vertici dello stato, incrinato quelli con il Vaticano, lacerato tutte le coscienze. Ne sanno qualcosa i suoi genitori ai quali, a soli 11 anni, come racconta il padre, aveva detto una volta mentre tentavano di dissuaderla da una sua impresa: “Che cosa c’entrate voi con la mia vita?”. Se aveva risposto così al padre e alla madre che l’adoravano chissà come si sarebbe ribellata quando la sua vita è stata invasa in ogni dettaglio ed erano in tanti a voler decidere sulla sua morte.
L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA. Eluana nasce a Lecco il 25 novembre del 1970. I genitori, papà Beppino e mamma Saturna (chiamata da tutti Sati) vorrebbero chiamarla Etrusca, ma l’ufficiale del comune si oppone. Così optano per Eluana. E’ un nome che non esiste, ma accontenta il desiderio di mamma e papà di rendere unica la loro bambina, doppiando le iniziali E.E. Eluana frequenta l’asilo, le scuole elementari e le medie negli istituti vicini a casa, una palazzina con vista sul lago, dove vivono ancora i genitori. Al momento dell’iscrizione alle superori sorgono i primi problemi. Vuole frequentare una scuola che le garantisca una buona preparazione delle lingue straniere, ma l’unica in città è gestita dalle suore, il liceo linguistico Maria Ausiliatrice di Lecco. Accetta malvolentieri, come racconterà il padre nel suo libro, perché è molto insofferente alle eccessive regole. Comunque frequenta regolarmente i cinque anni e si diploma nel 1989.
UNA GIOVANE DONNA. Alta, bella, magra, mora, i lunghi capelli sulle spalle, è una ragazza piena di voglia di vivere. Veste alla moda, ha molti amici, che la considerano un pò l’animatrice del loro gruppo. Ha un carattere molto forte e deciso, ma la sua esuberanza, nasconde anche una grande riservatezza. Non vuole venga invasa la sua intimità, ha un naturale pudore per tutto ciò che la riguarda. Difficile esca di casa se non si sente perfettamente a posto e a suo agio. Come tutte le donne del resto. Proprio conoscendo questo aspetto del suo carattere il padre si è opposto con tutte le sue forze a mostrare la figlia come era diventata. Terminate le superiori si iscrive alla facoltà di giurisprudenza alla Statale di Milano, ma il percorso di studi non le piace e nel 1991 passa alla Cattolica, facoltà di Lingua e Letteratura Straniere. Tra i corsi di studi Inglese e Tedesco. Non ha molto tempo per frequentare.
L’INCIDENTE. Tre mesi dopo l’iscrizioneall’università, l’incidente, il 18 gennaio del 1992, quando la sua auto, una Bmw, sbanda sull’asfalto ghiacciato e sfonda un muro. Riporta una trauma cranio-encefalico con lesione dei tessuti cerebrali corticali e subcorticali. Entra in stato di coma profondo, quindi in quello di stato vegetativo permanente con tetraparesi spastica e perdita di ogni facoltà psichica superiore, e di ogni funzione percettiva e cognitiva. Eluana passa da un ospedale all’altro. Per qualche tempo rimane ricoverata a Sondrio, in un reparto speciale dove vengono praticate terapie per risvegliare i pazienti in coma. Le amiche più care la vanno a trovare e le fanno ascoltare le canzoni di Claudio Baglioni, il suo cantante preferito. Nel 1995 viene trasferita a Lecco, nella clinica beato Luigi Talamoni, gestita dalle suore Misercordine. In un letto al secondo piano della casa di cura resta fino a lunedì notte della scorsa settimana, il 2 febbraio, quando viene portata a Udine. Aveva 21 anni quando i suoi sogni si sono spezzati nell’incidente. Ne aveva 38 quando è morta. Diciassette li ha passati addormentata in un letto di ospedale.
Fonte: http://smnewsblog.wordpress.com
Eluana Englaro, tutte le tappe della vicenda...
1993 - Dopo un anno, la regione superiore del cervello di Eluana è andata incontro a una degenerazione definitiva. I medici non lasciano alcuna speranza di ripresa.
1994 - Eluana entra nella casa di cura di Lecco “Beato L.Talamoni”, delle suore misericordine. Deve essere alimentata con un sondino nasogastrico e idratata. Le suore l’assistono con amore. Ogni giorno sistemano Eluana su una sedia a rotelle e la portano a fare un giro nel giardino.
1999 - Beppino Englaro chiede al tribunale di Lecco di poter rifiutare l’alimentazione artificiale della figlia. Ma i giudici dicono no.
2000 - Beppino si rivolge anche al presidente Ciampi, e dice che Eluana aveva detto che non avrebbe mai accettato di vivere in quelle condizioni.
2003 - Viene ripresentata la richiesta di lasciar morire Eluana, ma tribunale e Corte d’Appello la respingono. E così accadrà ancora nel 2006.
2005 - Il 20 aprile la Cassazione avalla la decisione dei giudici milanesi presa nel 203, ma apre uno spiraglio alla richiesta del padre, ritenendo che la stessa non poteva essere accolta perché, tra l’altro, mancavano “specifiche risultanze” sulle reali volontà della ragazza.
2007 - 16 ott la Cassazione rinvia di nuovo la decisione alla Corte d’Appello di Milano, sostenendo che il giudice può autorizzare l’interruzione in presenza di due circostanze concorrenti: lo stato vegetativo irreversibile del paziente e l’accertamento che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento.
9 lug 2008 - la Corte d’appello di Milano riesamina la vicenda e autorizza la sospensione dell’alimentazione.
10 lug - Il quotidiano Avvenire parla di “pena di morte”, di una “mostruosità”, riferendosi alla sentenza di Milano, di fronte alla quale “non ci si può rassegnare all’inchino”.
14 lug - Giuliano Ferrara, direttore de il Foglio, promuove, assieme al Movimento per la Vita, l’iniziativa di deporre sul sagrato del duomo di Milano bottiglie di acqua per protestare contro una sentenza che condanna Eluana a morire di fame e di sete. Bottiglie d’acqua anche davanti al Campidoglio, a Roma.
16 lug - Camera e Senato sollevano un conflitto di attribuzione contro la Cassazione, il caso finisce in Corte Costituzionale. E scoppiano le polemiche. Il comitato “Scienza e Vita” lancia un appello contro la sospensione delle cure, cui aderiscono parlamentari e cittadini, Famiglia Cristiana, 25 neurologi, il quotidiano Avvenire. Intervengono anche le suore che si occupano della donna.
3 set - la famiglia chiede alla Regione Lombardia di indicare una struttura dove eseguire quanto stabilito dalla Corte d’appello, cioé interrompere definitivamente l’alimentazione artificiale e l’idratazione. Ma la Regione dice no.
8 ott - La Corte Costituzionale dà ragione a Cassazione e Corte d’Appello (che avevano stabilito le condizioni per l’interruzione dell’alimentazione).
11 ott - Le condizioni di Eluana si aggravano a causa di un’emorragia interna.
13 ott - Il prof. Umberto Veronesi, oncologo di fama mondiale e gà ministro della salute, dice che “come persona Eluana è morta 16 anni fa”.
10 nov - Il sottosegretario alla sanità Eugenia Roccella, già leader del comitato Scienza e Vita, lancia un appello alla Cassazione: “ci ripensi, perché sarebbe la prima volta in Italia che qualcuno muore, tra l’altro di fame e di sete e con un’agonia di almeno 15 giorni, per effetto di una sentenza”.
9 Febbraio 2009 - Dopo 4 giorni l'aver staccato la macchina che nutriva e dissetava Eluana, la ragazza alle 20:10 muore dopo un improvviso attacco cardiaco.
ITALIA-CINA
PER L'ALLEANZA, LA COOPERAZIONE, L'AMICIZIA E LA COLLABORAZIONE TRA' LA REPUBBLICA ITALIANA E LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE!!!